Lorenzo Mazzoni

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Blogger: LorenzoMazzoni
Nome: Lorenzo Mazzoni
Nato a Ferrara nel 1974. Ho pubblicato i romanzi "Un tango per Victor" (La Carmelina Edizioni, 2008), "Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda" (Robin Edizioni, 2008), "Nero ferrarese" (disegni di Andrea Amaducci - La Carmelina Edizioni, 2007), "Ost, il banchetto degli scarafaggi" (Edizioni Melquìades, 2007), "Il requiem di Valle Secca" (Tracce, 2006), e gli e-book "Il sole sorge sul Vietnam", "Mekong Blues" (fotografie di Tommy Graziani), "Le bestie" e "Privilegi" (Edizioni Kult Virtual Press, 2005-07). Viaggio, ascolto, giro in bicicletta.

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giovedì, 05 luglio 2007

La fatina dei boschi

           Apparso, in forma ridotta, sulla rivista I racconti di Luvi
                         (
http://www.iraccontidiluvi.org/

 



          

          


           Al supermarket vedo questo tizio che, con incredibile goffaggine, si infila una bottiglia di Coca sotto alla giacca da sciatore. Si guarda in giro, arrossisce. Ha la pelle chiara, capelli biondi a spazzola, un paio di occhiali dalle lenti spesse. Avrà trent’anni.

            L’estraneo infila l’uscita e se ne va in strada. Lo seguo.

Ha ripreso a nevicare, il cielo è trasparente. Sui monti gli alberi sembrano enormi matite imbalsamate. Mettono malinconia.

Il ladro cammina veloce sul ciglio della strada. È alto e secco, ha gambe lunghe. Procede rapidamente. Io ho freddo.

Il ladro entra nella piazzetta interna del residence. Si volta verso il bar. Solleva lo sguardo in alto. Una panoramica dei balconi e delle finestre.

Lo raggiungo e lo prendo per un braccio. Scatta di paura, si ritrae, mi guarda con la faccia arrossata.

-Hai rubato al market. Ti ho visto.- gli dico con faccia sadica. Lui balbetta.

-Cosa dici?- chiedo, stringendogli più forte il braccio. È più alto di me di almeno venti centimetri, ma è così magro, gracile.

-Dammi la bottiglia.- sussurro.

Lui dice qualcosa. Capisco solo 'market'.

-Parli il francese?- chiedo.

-No, je suis italian… italian… tu appelle Italy?- borbotta lui tutto rosso dalla vergogna.
            -Ma cosa stai dicendo?- chiedo io in francese.

-Eh?- fa lui in italiano.

-Eh?- faccio io in francese.

L’allampanato estrae la bottiglia di Coca dal suo giubbotto rosso da sciatore e me la mostra con un sorriso timido.

Gli mollo il braccio.

-Dai, vieni a casa mia.- dico, e mi avvio giù per la collina.

Fabienne è sdraiata sul divano. Boccheggia annoiata davanti al televisore spento.
            -Sei già ubriaca?- chiedo, alle sue spalle.

-Fottiti Gerard.- mugugna lei facendo spuntare un dito medio alzato sopra al divano.
            -Ho portato un ospite.- le dico, voltandomi a guardare l’italiano allampanato.

-Chi è?-

-Un tipo che ho cuccato a fregare al market.-

-Cos’ha rubato, brandy?-

-Coca.-
            -Interessante…-
            -Senti Fabienne, fammi il favore di essere più educata e di presentarti al nostro ospite.
            Fabienne si alza sbuffando e viene da noi. Indossa una tuta nera, il trucco azzurro le è sceso sulle gote. Ha le guance gonfie. Guarda l’ospite sicura e annoiata.

-Ciao, Fabienne.- dice.

-Eh… Matteo.-

-Capisce il francese?- mi chiede Fabienne.

-No.-
            -Nulla?-
            -Nulla di nulla.-

-E' veramente brutto, non trovi?-

-E che ti frega, scusa… pensavo stessimo insieme.-

-Non farmi l’incazzato, Gerard- dice lei con un tono alto di voce e le mani grottescamente aperte sul petto.

-Piantala con quelle tue posizioni da Madonna dei poveri, Fabienne.-

-Vaffanculo Gerard! Se volevi berti una bibita analcolica potevi comprarla invece di portarti dietro questo mostro!-

L’ospite osserva preoccupato.

-Ti amo Gerard.- dice Fabienne sorridendo.

Sorrido anche io.

-Ti amo Fabienne.-

Prendendoci per mano andiamo a sederci sul divano.

-Lui sta ancora dormendo?- le chiedo.

-Sì. Lui dorme.-

Faccio segno a Matteo di venirsi a sedere vicino a noi. Stappiamo la bottiglia e, senza parole, assistiamo ai rari giochi di luce che si formano sullo schermo spento.



            Il pullman della parrocchia San Biagio era partito all’alba da Bergamo e Matteo aveva dormito poche ore.

 Traballando era salito e si era andato ad infilare negli ultimi seggiolini. Lo avevano chiamato subito davanti perché doveva fare l’appello al microfono e recitare una preghiera. Fece tutto con tranquilla stanchezza. Dissero Amen. Lui e i quaranta anziani seduti con le mani chine. L’autista li guardava dalla strada con indifferenza.
Don Matteo odiava le gite. Le detestava. Se non altro per quella scampagnata d’oltralpe non erano previsti ragazzini. Gli adolescenti dell’oratorio erano troppo curiosi. Don Matteo viveva nel terrore che lo potessero cogliere in flagrante.

Quando il pullman ruggì in direzione ovest Don Matteo ebbe un attacco di nausea.
La comitiva fece una sosta in un autogrill fuori Torino. Don Matteo aspettò che tutti i quaranta anziani entrassero al bar e poi scappò in bagno. Piastrelle azzurro turchese e un forte odore di disinfettante. Sulla porta sbatté contro un baffuto teutonico dalla pancia floscia. Prese a sudare, zoppicò incerto fino ad una cabina libera e si chiuse dentro. Non poté più aspettare. Estrasse un astuccio di cotone tenuto chiuso con un laccetto di cuoio lacero, lo slegò e si ritrovò in mano un pennello dalla punta sottilissima. Con i muscoli che tremavano guardò la porta della cabina. In tasca teneva un tubetto di tempera gialla canarino e, dentro all’astuccio, aveva altri due tubetti, un nero pece e un rosso mattone. Dipinse smanioso, un’agitata riproduzione di una Venere di Rubens. Uno schizzo volgare, immorale. Compì l’opera in sette minuti. Tremava, sudava.

Cadde seduto all’indietro. Guardò Dio e lo scarico del bagno.



            Luc e Marie vengono a trovarci verso le tre del pomeriggio. Il bambino è fra loro due, vestito da piccolo sciatore provetto. Noi siamo alticci. L’italiano dorme sul divano.
            -Chi è?- domanda Luc.

 Ha una voce grossa che mi mette paura. Conosce mio padre. La sua voce mi ammonisce dove il coro della famiglia non è udibile. Sono smammato da Montpellier per togliermeli di torno. Sono scappato per non sentire le loro voci distorte. Sono fuggito in cerca di una strada mia che possa salvarmi. Ma qui ecco che incontro Luc e sua moglie Marie, in vacanza per far respirare aria buona al bambino. Eccoli Luc e Marie, amabili e severi a controllare che io non ricada nella perdizione, a controllare che le mie crisi d’astinenza non mi portino a devastare la casa di montagna di mio padre. Dove la famiglia non è udibile ci sono Luc e Marie. Hanno visi che rimbombano insieme alle parole.

-Allora, chi è?-

-Un italiano.- dico.

-Che facevate?- chiede Luc guardando alle mie spalle. Fabienne è seduta a tavola. Si sta facendo le unghie.

-Guardiamo la tv.-

-Tv.- ripete il bambino sorridendo. Fabienne gli fa ‘ciao ciao’ con la mano.

-Dov’è Gerome?- chiede Marie timidamente.

-In camera sua… dorme.- Dico, poi osservo le mani pelose di Luc, le tiene a boccale davanti al petto.

-Dormono tutti in questa casa.- dice Luc.

-Avete mangiato?- chiede Marie.

-Zuppa di metadone!- urla Fabienne dalla tavola.

-Fabienne scherza…- sussurro io guardando imbarazzato il pavimento.

-Siete fatti, Gerard?- domanda Luc. La sua voce è diventata pura cacofonia.

-Oh. Luc!- squittisce Marie.

-Tuo padre lo sa, Gerard, che continui a strafarti?-

-Sei paranoico, Luc!- dice Marie.

-Paranoico.- ripete il bambino.

-Hai un’aria che non mi piace Gerard… giù al bar mi hanno riferito che vi hanno sentito urlare e litigare… ascoltare musica alta fino all’alba…-

-Luc…- dico.

-Niente Luc. È ora che metti la testa a posto!-

-Lascialo stare!- dice Marie prendendogli la manica del giaccone. Lui si zittisce.

L’italiano si alza. Sbadiglia. Si stiracchia timidamente e guardando in basso se ne va via. Lo vedo allontanarsi fra la neve alta.

-E' pazzo!- esclama Fabienne.

-Chi è?- chiede Luc.

-Un ragazzo.-

-Andiamocene Luc.- implora Marie.

-Stai attento Gerard.- dice Luc.

Io mi avvicino alla porta. Loro escono e mi guardano. Il bambino osserva il cielo trasparente.
            -Ciao.- dico.

-Ciao.- fa Luc.

Marie sorride e mi saluta con un cenno della mano. Il piccolo si tuffa a pesce sui mucchi di neve agli ingressi delle case.

Mi gira la testa.

Fabienne si alza, mi stringe il collo fra le braccia. Avvicina la bocca alla mia. Ha labbra fresche.

 Dal piano di sopra Gerome inizia a strillare. La testa mi gira sempre più forte.



            Don Matteo aiutò gli anziani più in difficoltà a portare le valigie nelle camere. Aveva freddo, fuori dal vetro della reception si vedeva la neve cadere sulle macchine e sui pullman posteggiati nel parcheggio. Don Matteo conobbe anche la guida che l'albergo aveva fornito al gruppo parrocchiale, si trattava di un italo-francese sui quarant'anni, pratico di sci, conoscitore dei boschi, fervente sostenitore della Chiesa cattolica. Lui e Don Matteo si bevvero un tè in un piccolo bar con il bancone di rovere al primo piano, di fronte all'entrata di una boutique di paccottiglia costosa.

 Don Matteo continuava ad avere freddo, ascoltava senza molto entusiasmo i discorsi della guida, aveva voglia di un'aspirina e di un letto caldo. Gli anziani erano nelle loro camere a riposare, il ritrovo era per l'ora di cena, Don Matteo congedò la guida e andò a farsi un giro per il paese. Si guardò nelle tasche per verificare la possibilità di comprarsi qualche antibiotico contro l'influenza. Non aveva una lira, aveva lasciato il denaro un albergo. Borbottò qualcosa simile ad una bestemmia, una nuvoletta vaporosa che si polverizzò poco prima che Don Matteo riprendesse a camminare scendendo la strada bianca. Incrociò due turisti orientali avvolti in tute arancio. La coppia sorrise al prete che timidamente alzò il braccio destro in segno di benedizione. Non aveva la tonaca e non era riconoscibile, continuò a scendere, vide il market ed entrò. I neon davano ai prodotti un'aurea vivace e intensa. Don Matteo si rigirò fra le mani un sacchetto di piselli estasiato dalla bellezza della verde scritta 'petit pois'.

 Al parroco venne improvvisamente caldo, alzò gli occhi e notò che il cassiere era chino su se stesso, immerso a leggere una rivista; gli altri clienti scrutavano la merce con indifferenza, un bambino supplicava la giovane madre vicino al reparto dei dolcetti e delle caramelle.
            Don Matteo fu attratto dalle bottiglie. Le diverse etichette formavano un piccolo quadro iperrealista, dal verde smeraldo nell'angolo destro, al marron-viola del centro, una pupilla, l'occhio di Dio. Don Matteo prese l'occhio e se lo infilò sotto la giacca da sciatore. Uscì fuori, sudava, aveva freddo, voleva solo andare in camera a dipingere righe gialle sull'occhio. Un braccio lo bloccò.

Don Matteo non capiva quello che l'estraneo gli stava dicendo. Ipotizzò fosse il sorvegliante e lo seguì pieno di vergogna. Entrarono in uno chalet dove una ragazza sedeva su un lungo divano. Don Matteo immaginò che si trattasse della compagna del sorvegliante. Il parroco sudò e venne scosso dai brividi. Non era al commissariato, docile si sedette a guardare la televisione spenta coi due estranei. Artisti, pensò si trattasse di artisti d'avanguardia, non disse nulla. Arrivarono altre persone, un uomo, una donna, un bambino. Forse un poliziotto in borghese con la sua famiglia. Discussero sul ciglio della porta con i padroni di casa. Qualsiasi cosa stesse accadendo non potevano consegnarlo alla giustizia perché si erano bevuti con lui l'occhio di Dio davanti alla televisione spenta. Don Matteo aveva paura di impazzire: scavalcò quelle anime strane e scappò all'albergo.



            Fabienne aiuta Gerome ad infilarsi il giubbetto da sciatore. Lui agita le braccia come un dannato facendo i capricci.

-Non ti vanno le patatine, tesoro?- gli chiede Fabienne con una voce suadente da mamma.
            -Patatine! Patatine! Adesso!- cantilena Gerome lasciandosi infilare il giubbetto -Tante patatine, mamma!- dice ridendo.

Fabienne lo prende per mano e lo accarezza sulla testa.

Io li osservo dal vialetto davanti all'entrata di casa. Fa freddo, i pini sulle montagne sono interamente coperti di neve lucente. Do un'occhiata alla macchina parcheggiata sul lato sinistro dell'abitazione. Ha i vetri appannati.

          Dovrei pulirla.- dico a Fabienne che mi ha raggiunto insieme al bambino e che si è messa anche lei a guardare la macchina.

          -Con tutto quel ghiaccio non arriviamo neanche fuori paese, questo è certo.- dice.
          -Mancano ancora due giorni, lo farò domani, domani prometto...-

          Fabienne abbassa lo sguardo.

          -Cosa c'è, Fabienne?- chiedo. Gerome mi ha preso la mano destra e mi stringe le dita canticchiando 'tatatata'. Fabienne non risponde.

          -Cos'ho detto? Dai, non fare così, c'è il bambino che ci sta guardando.-

          Gerome fa 'tatatata'.

          Fabienne sta piangendo silenziosamente e si è portata le mani alla faccia.

          -Mi fa strano sentir parlare di futuro Gerard, lo sai...- sussurra.

          -Senti, anche se ho questa dannata cosa addosso lo sai che la vita va avanti. tu non muori e neanche lui...- dico calmo, accarezzandole il dorso della mano che le copre la guancia fredda.

          -Chi è che muore papà?- chide Gerome tirandomi la manica.

          Lo osservo, ha la bocca aperta e le gote rosse.

          Nessuno, guarda le montagne, sono bellissime!-

          Lui fa 'tatatata' alle montagne con il braccio a mitragliatrice. Un blocco di neve cade dal ramo di un pino.

          -Neanche tu è detto che muori domani, zuccone!- mi bisbiglia Fabienne all'orecchio con una voce singhiozzante.

          -Andiamo ragazzi!- dico battendo le mani -Andiamocene giù al pub a strafogarci di patatine!-
          -Tatatata!- urla Gerome correndo giù per la strada.

          Un secondo blocco di neve cade dal pino. Questa volta è più grosso e si porta dietro una gran quantità di aghi e ghiaccio. L'albero rimane spoglio, dei rami si sono rotti.

          Andiamo, dai.- dice Fabienne asciugandosi le lacrime.

          Ci abbracciamo e scendiamo lungo la strada. Gerome e dieci metri più avanti.
          E mi salta in testa di dirglielo mentre stiamo per entrare al pub perché prima non ci avevo pensato bene neanche io, ma poi ho paura che soffra troppo e allora la seguo dentro e vengo investito dal caldo.



          Il disegno di un uomo stilizzato delle linee per fare il corpo e un cerchio per il cranio, occupava gran parte della porta del bagno. Matteo il prete aveva imbevuto della carta igienica con del giallo canarino e in due minuti aveva raffigurato l’uomo. Aveva preso il suo pennello dalla punta sottilissima e, di fronte all’uomo, si era messo a scarabocchiare uno schizzo minuscolo, grande quanto un’unghia rossa, un coriandolo. Si rimise la giubba da sciatore, si mise in tasca una scatola di aspirine e prima di uscire macchio la punta del pennello con il tubetto nero. Del colore gli cadde sulle scarpe, lo tirò su con la carta igienica, ne fece una polpetta zebrata e la buttò nel water. Prese il pennello, scrisse ‘uomo affaticato’ sopra all’uomo giallo , scrisse ‘Dio’ sotto al coriandolo rosso e in alto, sopra alla raffigurazione, scrisse rapido e nervoso ‘il punto di vista degli oppressi’. Buttò il pennello nella doccia strozzandosi in gola parole latine sull’invidia, il possesso, la raffigurazione dell’arte.
          Una mosca andò a posarsi su Dio. Intuendo che il materiale su cui si era posata poteva essere tossico volò via e arrivò alla specchiera. Mosse qualche passo lasciandosi dietro dei micro puntini rossi che macchiavano di morbillo la faccia riflessa del prete che aveva assistito incuriosito al volo dell’insetto.

          -Dio non può sempre vederci.- si disse a bassa voce -Ma adesso mi sta osservando da almeno quattordici punti e da due direzioni…- allungò il dito e schiacciò la mosca, strano e nuovo apostolo del Messia del parroco.



          Al pub ci sono solamente Luc, Marie e il piccolo, così non rimane che sederci a tavola con loro. I bambini si mettono a giocare nell'angolo dell'orchestra. C'è una tastiera spenta e loro si divertono ad usarla come riparo per giocare ai cow-boys.
          Il proprietario è un anziano del posto che li lascia fare. Se ne sta dietro al bancone a fumarsi la pipa e a leggere un giornale con le pagine ingiallite.

          Luc continua a guardare con disprezzo le nostre pinte di birra. Io sto zitto, ascolto Fabienne che conversa senza voglia con Marie. Parlano di un negozio di souvenir e di portachiavi in legno.

          -Non dovresti bere Gerard.- commenta Luc. Prima o poi doveva dirlo.

          -Ti prego...- lo supplico ticchettando il dito con la fede sul tavolo.

          -Gerard,- dice e si avvicina ricoprendomi il braccio con le sue mani pelose -sei in una situazione pessima... insomma, stai provando ad intossicarti e sostituisci la droga con la birra? Così fai soffrire la tua famiglia.- il suo alito puzza da carne bollita. Fabienne e Marie hanno smesso di parlare.

          -Musica alta fino all'alba, litigi, urla... e adesso l'alcol... quando morirari dove vuoi finire Gerard?- mi chiede stringendomi il braccio.

          -Luc, mio Dio!- sbotta nevrotica Fabienne.

          -Fabienne, ti prego.- le chiedo. I bambini corrono dietro agli indiani avanti e indietro per il pub.

          -No, lasciami perdere Gerard! Io voglio parlare!- e mi zittisce con un dito sulla bocca.

          -Sentiamo: cos'hai da dirmi?- domanda Luc con una faccia tronfia e sicura.

          -Gerard non fa nulla di male, beve solo una birra. Tu lo sai cosa si prova ad uscire dall'eroina? Lo sai? No, tu non sai nulla... e riguardo alla musica alta, beh, sono affari nostri...-
          -Musica alta e litigi con un bambino di quattro anni in casa? Ah sì, voi siete pazzi.- commenta Luc scuotendo la testa e cercando con uno sguardo il sostegno di Marie che si limita a sospirare nel vuoto.

          -Mio figlio lo educo come voglio, hai capito?- dice Fabienne con la voce che le trema, allora capisco che è ora di intervenire e prendendo il boccale di birra mi alzo in piedi. Ho il secondo giramento di testa da quando mi sono alzato questa mattina.

          -Ma che fai? chiede Luc nervoso, con quella sua voce potente che mi mette sempre paura.
          -Non lo so Luc, non lo so...- e gli rovescio la birra ghiacciata in testa.



          C'era un signore anziano che aiutava l'ipotetico poliziotto in borghese ad asciugarsi . Don Matteo voleva scappare ma aveva paura di peggiorare la situazione. Resse lo sguardo del poliziotto. La moglie di questo lo salutò. Il bambino correva fra i tavoli. Don Matteo ebbe paura, l'ipotetico poliziotto ringhiava e sbavavai, c'era un 'merde' ogni due parole, Don Matteo capiva solo quello. Andò al bancone. Ordinò un tè all'anziano con la pipa. Si vergognò molto. 'Je want a tè' risuonò profondo per tutta la stanza e Don Matteo sbiancò. Anche il vecchio lo guardò strano. Al parroco ricordava una figura allegorica, qualcosa che aveva visto in un museo pagano di arte contemporanea dalle parti di Palazzolo. Aveva freddo, evitò di guardare il presunto poliziotto che urlava e picchiava il pugno sul tavolo.

          Il vecchio del pub gli servì il tè con un 'amen'. Don Matteo si guardò il crocifisso appuntato sul colletto del maglione e deglutì. La bevanda era troppo calda. L'ambiente era pregno di fumo. Colori cupi. C'era da impazzire.

          Don Matteo saltò giù dallo sgabello e si diresse verso una porta a soffietto che sperò conducesse in bagno. trovò un buco con un water e si chiuse dentro. Tirò fuori l'astuccio e i colori. Si intinse le dita di nero e iniziò a strisciare i muri bianchi. Il tempo si bloccò, gli gelò il sudore e il sangue, si mise in piedi sul water e puntò con un dito il soffitto. Davanti alla porta il bambino del poliziotto lo stava fissando divertito. Era lì, innocente e lo osservava pitturare il bagno. Aveva anche guardato la scritta 'la libera stanza dei teleobiettivi rotti' ma non sapeva leggere, ne in francese, ne in italiano.
          Don Matteo si inginocchiò, tachicardico. La sua creatività andava generata. Andava aiutato.
          -Non uscire, no, te ne prego...- disse il parroco nella sua lingua prendendo per una mano il bambino -Giochiamo.-

          Il bambino prese un po' di vernice dalla punta del dito di Don Matteo e gli fece un neo nero sulla fronte. Nessuno vedeva. Era la libera stanza dei teleobiettivi rotti... scht.



          -Sta dormendo?- chiedo versandomi un mestolo di succo di frutta e vodka nel bicchiere.
          -Sì, si è addormentato.-

          -Vuoi un bicchiere?-

          -Sì, fammene mezzo, grazie.-

          Lo preparo in silenzio e mi vado a sedere di fianco a lei sul divano.

          -Sei carina con la tua tuta nera...-

          -La strega cattiva.- dice appoggiando la testa sulla mia spalla.

          -Non voglio tornare in città.-

          -Dobbiamo riaprire il negozio. Dobbiamo ripulire la casa. Dobbiamo portare Gerome all'asilo. Dobbiamo e dobbiamo. Buuuuh...- piagnucola Fabienne con una vocetta da bambina capricciosa. Ci mettiamo a ridere, lei si tiene lo stomaco dalle risate.
          -Che hai?-

          -Dio, Gerard! Dovevi vedere la sua faccia quando gli hai rovesciato la birra in testa...-

          Mi massaggio il punto della guancia destra dove Luc mi ha colpito. Stranamente non si è gonfiato troppo.

          -Ma perchè lo hai fatto?- mi chiede trattenendo dli spasmi.

          -Perchè mi sembrava che ci mancasse di rispetto.- le dico serio.

          Fabienne mi abbraccia stretto. Con un piede calcio la bottiglia vuota di Coca che ha rubato quel ragazzo e mi torna in mente di dirglielo, adesso che è allegra forse va bene.
          -Fabienne?-
          Mi guarda con un sorriso.

          -Sai quel tipo di oggi?-

          -L'orrendo italiano? Dio, Gerard! Ma che storie strane combini!- e fa una risatina a bocca aperta. Non posso fare a meno di mangiare il suo alito. Mi piace, sa di latte.

          -Mi ero fatto un viaggio strano in testa.-

          -Quale?- mi chiede mettendosi comoda sulle mie gambe e accarezzandomi i capelli.
          -Quando l'ho visto mi sembrava un prete...- le dico arrossendo. Con lo sguardo mi allontano per un attimo dai suoi occhi.

          -Un prete? Un prete che ruba al market, Gerard? Ma poi tesoro mio, se anche fosse stato un prete che cosa volevi fare? Farci benedire la casa?- domanda con quella voce materna che ha assunto da quando è nato Gerome.

          -No...-
          -No?-
          -No, volevo farmi benedire io...-

          -Eh?-
          -Sai, perché non sappiamo come va a finire e io delle volte ho paura, vorrei andarmene con la coscienza pulita, dimenticare tutte le fesserie che ho fatto per procurarmi la droga...-

          Fabienne ha gli occhi rossi e pesanti ma non piange.

          -Ti sto facendo soffrire.-

          -Sì tesoro, ma dopo oggi pomeriggio mi sono promessa di fare la brava ragazza e di non piangere più e poi...-

          Le accarezzo il collo.

          -E poi?-

          -E poi dentro di te non c'è niente che non vada se non ci pensiamo.-
          Nonostante abbia le convulsioni dal pianto riesco ugualmente a sorriderle.

          -Adesso è il momento dell'altra medicina... io sono una fata dei boschi. solo ora posso rivelartelo perché questa fatina si è innamorata...-

          -Oh sì, curami...- le dico fra le lacrime mentre mi avvicino per baciarla.

          Abbiamo gli occhi aperti, mi batte molto forte il cuore, sta succedendo sicuramente qualcosa perché quando ci allontaniamo di qualche centimetro io sto sorridendo e Fabienne, fatina dei boschi, mi osserva compiaciuta, a compimento di un sortilegio ben riuscito.
          -Adesso non piangerai più nemmeno tu.- dice.

          -Ho voglia di andare fuori a vedere il cielo, vieni Fabienne.-

          Usciamo abbracciati senza infilarci i cappotti. La luna ricade gonfia dietro le montagne. E' caduta altra neve e gli alberi sono bianchi. Ogni tanto qualche ramo si spezza ma per il resto la natura è immobile, impassibile, ad aspettare la liberazione del disgelo.
          -Il sole scioglierà la neve e quei pini saranno liberi.- dico indicando gli alberi sul costone della montagna.

          -Certo, certo che lo saranno, Gerard.- sussurra Fabienne piena di sonno e contemplazione.

          Facciamo qualche passo davanti alla casa. Dopo una decina di metri siamo appagati. In silenzio, custodi di qualcosa di candido, torniamo dentro. Solo quando mi siedo sul letto mi viene ancora voglia di parlarle. fabienne è già sotto le coperte.

          -Sorridi fatina.- le dico sdraiandomi vicino a lei.

          -Tatatata.- borbotta Fabienne.

          E così va tutto bene, le mani calde, profumo di latte, di legna fresca. Non parlo ma le ascolto il respiro e, sorridente sul suo petto, mi lascio cullare.

          La libera stanza dei teleobiettivi rotti... scht.

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 11:40 | link | commenti (7)
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