
Scatti del Guatemala © Roberto Meschini
Con le prime luci del giorno la piazza e le strade di Chichicastenango lentamente si animano.
I contadini arrivano dai villaggi della sierra, giungono al mercato chini sotto il peso di enormi fagotti variopinti.
Facce dure e dignitose, profili che trovano le proprie radici nell'antica cultura maya, solo apparentemente spazzata via dalla furia dei conquistadores.
Trentasette anni di guerra civile, costata 150 mila morti, 40 mila desaparecidos, più di un milione di rifugiati.
Per coprire gli interessi della multinazionale americana United Fruit, i vari governi “democratici” del Paese hanno sterminato i sopravvissuti dell'antica cultura, i contadini, gli umili, le anime legate alla terra,
Oggi il Guatemala ha 11 milioni di abitanti, di cui l'80 per cento indigeni maya, divisi in 21 diversi gruppi etnici. Il resto della popolazione è formata da "ladinos" bianchi e meticci.
A Chichicastenango come in altre località di quello che è definito il “paese più colorato del mondo”, le Comunità dei Popoli in Resistenza lavorano strenuamente per riportare un po' di giustizia a queste martoriate comunità indigene.
Le CPR sono un'organizzazione di quasi 10.000 indigeni maya sfuggiti alle stragi del governo militare durante la guerra civile.
Fra di loro vi sono anche i membri delle oltre 2500 famiglie che hanno vissuto nascoste nella foresta per quasi 15 anni, nutrendosi di bacche e radici, isolati dal mondo e braccati dall'esercito.
Dopo la fine dalla guerra e la firma nel 1996 degli accordi di pace tra il governo di Alvaro Arzù e il movimento guerrigliero Unrg (Unità rivoluzionaria Nazionale guatemalteca), gli indios sono potuti finalmente uscire dalla selva ed essere riconosciuti.
Oggi stanno cercando di ricostruirsi una vita, ma gli ostacoli sono ancora molti, primo fra tutti il possesso della terra.
Le luci del giorno illuminano la piazza e le strade di Chichicastenango.
I contadini arrivati dai villaggi hanno depositato i loro fagotti variopinti e hanno iniziato a mercanteggiare.
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter".
copyright by Lorenzo Mazzoni

Ci parli un po' del suo libro, La ragazza di Baghdad
Il mio libro è un autobiografia che narra la mia infanzia in Iraq e nella ex Cecoslovacchia comunista… Racconta di come si sono conosciuti i miei genitori ( padre irachèno e madre dell' attuale Repubblica Ceca ) così diversi fra di loro, sia dal punto di vista somatico che culturale e religioso.
Ma l’amore con la A maiuscola sembrava sconfiggere queste differenze. Per qualche anno almeno. Finché al situazione non è precipitata… l’odio che provava la famiglia di mio padre nei confronti di mia madre ( straniera ), ha preso il sopravvento ed è stato la causa della loro separazione. La ragazza di Baghdad narra anche l’epoca di Saddam degli anni ottanta, la lunga guerra con l’Iran, la vita sociale degli irachèni ecc.
Un'opera fortemente autobiografica, ma che analizza un problema molto ampio: quello dei rapporti fra due culture. Pensa che la narrativa contemporanea si occupi in modo ampio di questa problematica?
Recentemente sì. Forse perché negli ultimi anni sono riaffiorati queste problematiche legate al oddio razziale e religioso, causati spesso da conflitti e sete di potere. Credo sia fondamentale illustrare attraverso i libri o i documentari come vivono le altre popolazione nel mondo. Questo sistema non guarirà l’ostilità che si sta sempre più creando fra le varie culture e religioni ( spesso volute e mirate ) ma per lo meno può aiutare a riflettere e a comprendere la varie ragione e le loro problematiche.
Questo è uno dei motivi per i quali ho deciso di scrivere La ragazza di Baghdad. Attraverso il mio percorso personale, e al costo di raccontare situazioni intime e riservate della mia famiglia, ho voluto in qualche modo contribuire a fare conoscere un mondo - cioè quello irachèno - quasi semi sconosciuto all’opinione pubblica italiana. Uno spaccato di storia ma anche il modo di vivere e di pensare dei vari componenti della famiglia di mio padre.
Negli ultimi anni sono state stampate diverse autobiografie scritte con magistrale piglio narrativo, penso soprattutto ai bellissimi Shantaram di Gregory David Roberts e a Il forziere di Zanzibar di Aidan Hartley. Pensa che quello della biografia sia un canale intelligente e innovativo per dire qualcosa al lettore?
Direi proprio di sì. Anzi, ne sono convinta. Shantaram è un libro fantastico. È pieno di emozioni e allo stesso tempo racconta l’India, specialmente Bombay in tutte le sue sfaccettature. Fa’ riflettere sulla povertà delle persone che la abitano e sul forte senso della loro immensa umanità. Ho tanto amato il personaggio di Prabaker. Inoltre adoro il popolo indiano. Hanno dignità nonostante la povertà.
Prediligo le autobiografie perche’ mi piace leggere storie e fatti realmente accaduti di persone realmente esistite.
Lo scambio culturale a livello letterai personerio e con Paesi non occidentali, è molto difficile. Pensa ci possano essere dei canali che indirizzino i lettori italiani verso letterature diverse da quella nazionale e soprattutto da quella di stampo americano?
Certamente. Il problema è uno. I libri di autori italiani di rado arrivano all’estero. Sono forse un po’ snobbati dalle case editrici estere. E questo mi dispiace. Mentre paradossalmente il contrario, funziona. Tutto ciò che arriva dal estero, Stati Uniti o Inghilterra in Italia ha successo. Forse qui gioca un po’ una mancanza di fiducia in se stessi…
Nagib Mafhuz, Tahar Ben Jelloun, Tawfiq al-Hakim, 'Ala al-Aswani, Yasmina Khadra (per citarne solo alcuni) sono grandissimi scrittori del mondo arabo che hanno avuto e hanno un certo seguito anche in Italia. Cosa pensa di questi autori? Delle tematiche che mettono in atto nei loro romanzi? C'è qualche autore del mondo arabo che ama particolarmente?
Ho avuto il piacere di incontrare Tahar Ben Jelloun. Ho realizzato un’intervista con lui. Beh, è un personaggio simpatico e disponibile.
Mi era piaciuto il suo libro “Il razzismo raccontato a mia figlia”. Tutti questi autori provenienti dal mondo arabo, cercano di dare un contributo alla società italiana o quella che sia. Ognuno a modo suo. Riescono a cogliere le esigenze dei lettori ed indovinare gli argomenti da trattare. Li ammiro tutti.
Yasmina Khadra ha scritto due anni fa un libro bellissimo. Le sirene di Baghdad. in cui riesce, a mio parere, a raccontare la tragedia dell'Iraq attuale senza cadere in preconcetti o in inutili patetismi. Ha letto il libro? Pensa che Khadra sia riuscito a rappresentare in modo sufficientemente obiettivo il suo Paese e la situazione che sta vivendo?
Sono desolata ma non ho avuto il piacere di leggerlo.
Sua madre viene da Praga e suo padre da Baghdad: cosa le ha dato, a livello letterario, questa interculturalità?
Tantissimo. Riesco a vedere le cose in maniera più obbiettiva e senza preconcetti. Capisco entrambe le culture e le loro radici e motivazioni, a volte. Mi sento una persona fortunata ad averle ereditati entrambe. Qualche volta però mi sento smarrita. Sento un senso di non appartenenza.
Cosa pensa del giornalismo italiano ed europeo? Qual'è la sua impressione sul come vengono date le notizie su realtà altre, fra cui l'Iraq ma anche altri Paesi che appartengono al mondo arabo?
Credo che quella che dovrebbe essere la libertà di espressione a volte viene soffocata. Non tutti i media riescono ad essere obbiettivi e imparziali. La stampa italiana ad esempio è un po’ influenzata dal proprio editore. Seguono una linea che ritengono sia giusta. La stessa cosa vale anche per la stampa estera. Ma la realtà è spesso diversa da come viene presentata ai lettori.
Lei è cresciuta nella Baghdad degli anni Settanta la Baghdad della sua infanzia oramai non c’è più, ricca, cosmopolita, moderna, pensa che in futuro tornerà così?
E’ un’ utopia. Purtroppo. Baghdad non ritornerà mai quella che era una volta. La spaccatura interna fra la popolazione è talmente profonda, l’odio è talmente viscerale che è difficile da ricomporre. Indipendentemente da chi la governa. Questo è un mio grande rammarico. Per quanto la possano ricostruire, ridare la libertà di espressione e di movimento alla gente, oramai è un terra che è stata ferita nel profondo del suo animo. A volte di fronte ad una situazione del genere, ci si sente davvero impotenti.
Qual è il più importante scrittore iracheno? C’è una rinascita culturale irachena?
Non ne conosco. Ma Jounes Taufìk, che ora vive a Torino, è un buon scrittore irachèno a mio avviso.
I giovani come stanno agendo nel processo di ricostruzione del paese, c’è determinazione, collaborazione, un impegno condiviso? Collaborano con giovani di altri paesi?
Si, la voglia sicuramente c’è. Ma sono giovani che hanno sofferto tanto e sono un po’ disillusi nei confronti della vita. Sono però anche il futuro del nuovo Iraq.
La stessa sensazione la provano anche i giovani del Libano. Assistono alla distruzione della loro nazione da anni, e sanno che è una situazione che loro stessi non possono controllare. Mi dicono sempre : “ God bless this Country “. Dio benedica la nostra terra.
La percezione che l’occidente ha del mondo musulmano pensa sia corretta, quali sono gli errori più frequenti?
Non è corretta naturalmente. Ma alcuni leader musulmani hanno interesse di fare apparire il mondo musulmano in questo modo. E’ l’occidente non fa’ nulla purché questa situazione cambi.
La società irachena era fortemente matriarcale, nei suoi racconti ci sono madri, sorelle, mogli, nonne, zie, donne forti e punti di riferimento all’interno delle famiglie; ha trovato più maschilismo in occidente?
Paradossalmente, sì. Al incontrario di quello che si possa pensare, in Iraq a comandare erano sempre le donne. Astute e determinate. Mentre ho riscontrato molto maschilismo in Italia. Buffo, no ? in teoria l’Italia è un Paese aperto e libero. Ma solo in teoria.
Esiste una sorta di femminismo musulmano?
Esiste un fondamentalismo femminile. Si. Questo però avviene nei Paesi dove domina una forte etica religiosa. Ma di fondo ha a che fare con la propria cultura. Come sempre. 
Il conflitto tra sciiti e sunniti non pensa che sia una questione interna? Gli occidentali secondo lei capiscano realmente il problema e negli equilibri dei rapporti tra clan, pensa agiscano correttamente ?
Il conflitto negli anni ottanta o comunque durante l’epoca di Saddam non è mai esistito. Il fatto di essere sciita o sunnita non faceva alcuna differenza. E’ una problematica che si era sviluppata negli ultimi anni. Chissà il perché ?... forse un Paese unito è meno facile da controllare che un Paese diviso. Sarà…
Lorenzo Mazzoni
INTERVISTA APPARSA SUL BLOG "LIBERI DI SCRIVERE"
http://liberidiscrivere.splinder.com/
When we grew very tall
Giù nell'avvallamento, da dove i tedeschi erano partiti, in mezzo al castagneto, c'era una casa colonica e si vedevano molti soldati lì attorno. Quando sente le urla delle donne e dei bambini, Bob non ci vede più. Alza sulla testa la Maschinenpistole e urla con una voce disumana, che rimbalza da una roccia all'altra e ci fa rizzare i capelli in testa a tutti quanti: "Avanti Garibaldi! All'attacco, dio boia, all'attacco!". E si lancia giù.
All'improvviso, è come se tutti i partigiani non avessero mai avuto paura. Tutti si mettono a correre contro i tedeschi, con delle urla e delle bestemmie da far paura al diavolo.
I tugnì non s'aspettano un assalto all'arma bianca, tanto meno da un battaglione di straccioni che pensano di aver già battuto. Presi di sorpresa, abbandonano le armi gli zaini e le giberne e scappano giù per il vallone fino al Senio, lo guadano e sempre di corsa salgono sul versante opposto.
Bob dopo trecento metri di corsa è crollato a terra, quando ha visto i suoi ragazzi correre dietro le canaglie, che non li fermava più nessuno. Lo hanno sollevato sulle spalle dei compagni che scendevano accanto a lui e lo hanno riportato a monte Cece.
E' così che abbiamo vinto la battaglia del Castagno.
A volte, nelle serate terse, guardo verso sud, la linea blu degli Appennini che degrada sull'orizzonte. Penso alla battaglia della Trentaseiesima. Penso ai cinque continenti, sterminate distese di terra, moltitudini di uomini e donne in marcia. Ricordo, come se li avessi vissuti tutti, secoli di lotta e sangue. Mi sento parte di una comunità universale che supera i confini e congiunge le epoche, la comunità di coloro che prendono d'assalto il cielo. E penso al vecchio Bob, che non poté diventare vecchio. Un giorno qualcuno si impadronirà di quel futuro che i miei eroi non poterono conquistare. Sì, penso a Bob, al comandante Bob che urla "All'attacco, Garibaldi, avanti, dio boia!".
E mi ritrovo a mormorare tra me e me: "Sì, dio boia, avanti".
Tratto da: ASCE DI GUERRA, di Vitaliano Ravagli e Wu Ming (Marco Tropea Editore)

Alexandra Boulat © VII
Alexandra Boulat è stata, senza dubbio, una delle reporter più interessanti che siano apparse sulla scena del reportage internazionale di alto livello degli ultimi due decenni.
Nata a Parigi nel 1962, figlia del grande fotografo Pierre Boulat, nel 1989 diventa una fotoreporter, assicurandosi un posto di rilievo presso
Il suo principale interesse si orienta sulle questioni sociali e i suoi reportages spaziano dall’indipendenza degli stati sul Baltico al traffico di bambini in Romania, alla guerra contro il terrorismo in Pakistan e Afghanistan, ai problemi del popolo Iracheno durante l’embargo, al razzismo in Germania, al conflitto in Bosnia, alle tensioni etniche in Kosovo. Altri lavori includono reportage paesaggistici a Taiwan e in Indonesia.
Coglie con i suoi scatti momenti di vita quotidiana in Iran, Iraq, Afghanistan, Giordania, Siria, Gaza, immagini di donne che si confrontano con l’Islam, il fondamentalismo, la guerra e la violenza domestica.
L’intento del lavoro è svelare la forza di carattere con la quale le donne affrontano la vita e le relazioni umane e condividere un momento del loro destino.
Fotografie che lasciano poco spazio a commenti e compromessi, una sensibilità tutta femminile nell’indagare la psicologia dei protagonisti delle sue immagini, con la violenza secca e determinata degli eventi.
Nelle sue immagini non c’è nessuna concessione all’estetica, tutto è informazione, compreso il colore.
Da non perdere, oltre al commovente omaggio alla Palestina, l’immagine delle ragazze albanesi del Kosovo che ridono con i fiori in mano, mentre sullo sfondo bruciano le case dei serbi.
Questa grande reporter si è spenta il 5 ottobre a Parigi in seguito ad una emorragia cerebrale che l’aveva colpita mentre si trovava per un servizio fotografico a Ramallah.
Il mondo del fotogiornalismo perde una grande reporter, un occhio attento ai cambiamenti del nostro mondo.
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter". copyright by Lorenzo Mazzoni
Caro amico (amico è un eufemismo) che mi hai fottuto la bicicletta, spero tu sia un lettore di questa grande accozzaglia virtuale che è splinder e che tu possa arrivare a fine letterina talmente depresso da riportarmi la mia amata bici sotto casa, appoggiata alla finestra della cucina dove tu l'hai rubata.
Dall'inizio dell'occupazione israeliana dei Territori Palestinesi nel 1967, oltre 650.000 sono stati i palestinesi detenuti da Israele. Si tratta di circa il 20 per cento della complessiva popolazione palestinese.Fra questi, purtroppo, anche molti bambini.
Secondo una testimonianza rilasciata da un bambino detenuto al Centro Informazione sui Detenuti (PIC), nella prigione di Telmond “costringevano i piccoli detenuti a lavorare per 8 ore al giorno dandogli in cambio pochi shekels. I lavori andavano dal fare la guardia a impacchettare cucchiai di plastica nelle scatole”.
Secondo il PIC nella prigione di Telmond ci sono circa 375 detenuti per la maggior parte minori. Il detenuto più anziano ha 22 anni. Duecento hanno meno di 16 anni e sono tutti sottoposti alle peggiori forme di sfruttamento e umiliazione. Nel tentativo di estorcere informazioni sono frequenti gli abusi psicologici.
Per un minore è chiaro che gli effetti della detenzione sono devastanti, sono inoltre una delle tante violazioni dei diritti del bambino fatte dal governo israeliano, in aggiunta alle precarie condizioni di vita, sovraffollamento, malnutrizione e delle chiusure che impediscono l’accesso all’istruzione e alla salute.
Anche l’Associazione Addameer “per il sostegno ai detenuti e per i diritti umani”, fondata nel 1992 con lo scopo di promuovere i diritti dei detenuti palestinesi sulla base delle Convenzioni ONU e delle Leggi Internazionali, oltre ad un suo rapporto annuale si sta muovendo per il recupero e la sensibilizzazione dei minori e delle condizioni dei detenuti nelle carceri israeliane.
Attraverso questa organizzazione si aiuteranno 50 figli di prigionieri palestinesi d’età compresa tra 6 e 17 anni, le cui famiglie non possono sostenere le spese d’inizio anno scolastico, pagando le tasse d’iscrizione e fornendo loro abiti scolastici, tute da ginnastica, zainetto e cancelleria.
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter". copyright by Lorenzo Mazzoni