Lorenzo Mazzoni

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Blogger: LorenzoMazzoni
Nome: Lorenzo Mazzoni
Nato a Ferrara nel 1974. Ho pubblicato i romanzi "Un tango per Victor" (La Carmelina Edizioni, 2008), "Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda" (Robin Edizioni, 2008), "Nero ferrarese" (disegni di Andrea Amaducci - La Carmelina Edizioni, 2007), "Ost, il banchetto degli scarafaggi" (Edizioni Melquìades, 2007), "Il requiem di Valle Secca" (Tracce, 2006), e gli e-book "Il sole sorge sul Vietnam", "Mekong Blues" (fotografie di Tommy Graziani), "Le bestie" e "Privilegi" (Edizioni Kult Virtual Press, 2005-07). Viaggio, ascolto, giro in bicicletta.

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venerdì, 28 marzo 2008

Il massacro degli innocenti


Civili vietnamiti massacrati a My Lai © Ronald L. Haeberle


Il 16 marzo del 1968 i ragazzi della compagnia Charlie, al comando del capitano Ernst Medina, entrarono dalla parte settentrionale del villaggio di My Lai, dove ora sorge quel grandissimo, giovane albero, e dove, allora, giocavano i bambini.

 

Svuotarono i caricatori. Buttarono le bombe a mano nelle capanne.

 

Violentarono le ragazzine in branco, da veri boy-scout, poi le trucidarono con le baionette.

 

I più pericolosi esponenti del villaggio: vecchi e donne, vennero raccolti in gruppi e falciati con le mitragliatrici.

 

Lo stomaco di una donna gravida venne aperto con un machete, il feto lanciato lontano nelle sterpaglie.

 

Poco distante, a Binh Tay, un villaggio vicino, il tenente Caley guardava un neonato che a gattoni stava cercando di uscire dal mucchio di corpi massacrati.

 

Il tenente, che amava le cose ben fatte, con un calcio spinse il lattante di nuovo nella fossa comune e gli sparò

 

Siamo sinceri, non è mica facile distinguere un guerrigliero viet-cong da un bambino di otto mesi.

 

I soldati finirono i superstiti, appiccarono il fuoco alle case, uccisero il bestiame ancora vivo, raccolsero infine donne e bambini e li uccisero. In tutto 347 civili.

 

Nel rapporto militare fu scritto che erano stati uccisi 90 viet cong e nessun civile.

 

La notizia del massacro arrivò negli USA. Qualcuno chiedeva giustizia, i più chiedevano di chiudere in fretta la faccenda per poter continuare in tutta tranquillità i bombardamenti sui centri abitati del Nord Vietnam.

 

Il processo fu solamente contro Calley. Più semplice e sbrigativo.

 

La giuria si ritirò in camera di consiglio il 16 marzo 1971, riconobbe Calley colpevole dell’omicidio di almeno 22 civili e lo condannò ai lavori forzati a vita.

 

La pena fu poi ridotta a 20 anni e poi a 10, fu infine liberato sulla parola nel 1974 dopo tre anni e mezzo trascorsi agli arresti domiciliari.

 

Oggi, quell'inutile orrore scatenato da un branco di vaccari assassini, è ricordato da un dignitoso, commovente manifesto.

 

"Il dolore matura la nostra umanità".


articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter".

copyright by Lorenzo Mazzoni

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 15:42 | link | commenti (12)
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mercoledì, 26 marzo 2008

Nero Ferrarese al Clandestino

L'immagine “http://www.massimopetrucci.it/immagini/maggio/pistola.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

Ferrara.

Una serie di efferati omicidi scuote la tranquilla città emiliana. Inquietanti rivendicazioni firmate Spontaneisti Armati Combattenti vengono recapitate nella redazione del giornale locale. Ma chi sono questi Spontaneisti? Toccherà all'ispettore Pietro Malatesta, ex-ultra della Spal e in perenne attesa della sospensione, scoprirlo. Fra estremisti di destra, vecchiette che coltivano marijuana, scommettitori clandestini di gare automobilistiche, islamici nostrani e modelle di riviste pornografiche, l'ispettore cercherà di risolvere il caso.



Spontaneisti Armati Combattenti. COMUNICATO 2
La giustizia spontaneista ha seguito il suo corso.
Il giorno 28 maggio un commando di Spontaneisti ha giustiziato il servitore della demenza partitica Valerio Agrimonte.
Agrimonte paga le sue baldanzose dichiarazioni di piazza. Voleva vendetta e vendetta è stata fatta, contro di lui.
La giustizia spontaneista non si fermerà davanti a nulla e a nessuno.
Finché ci saranno viscidi servi del potere, fanfaroni da bar e altri vili individui buoni solo a sporcare con la loro presenza questa società, la giustizia spontaneista continuerà la sua lotta.
Raggiungeremo e giustizieremo chiunque lo meriti!
La mano spontaneista è una mano di libertà!
Spontaneisti Armati Combattenti!
Per la rivoluzione della vendetta!



Venerdì 28 marzo ore 19.27


"Il Clandestino" via Ragno 35/37 - Ferrara


presentazione del libro
Nero Ferrarese
(Edizioni La Carmelina)


di
Lorenzo Mazzoni & Andrea Amaducci



modererà la serata la collaboratrice giornalistica Stefania Andreotti

saranno presenti gli autori



seguirà esposizione personale di Andrea Amaducci





Per informazioni - Tel: 05321862260


Se venite, ovviamente, si beve.

Aloha



Lorenzo
postato da: LorenzoMazzoni alle ore 10:44 | link | commenti (7)
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lunedì, 24 marzo 2008

La notte buia dell'Argentina





Il 24 marzo 1976 i militari prendono il potere nel paese sudamericano. In ricordo delle vittime della dittatura e degli orrori perpetuati dal terrorismo di Stato.

Ci sono i preti che benedicono il macello. I generali con gli occhiali scuri seduti in tribuna d’onore allo stadio di Buenos Aires. I soldati che perquisiscono la gente per la strada. Le madri che girano intorno alla grande piazza, sotto gli ombrelli fradici d’acqua.


Con le parate di carri armati, le foto degli scomparsi. Le grida delle donne.

Terrorismo di Stato. Trecentoquaranta centri clandestini di detenzione. I sequestri. I fucili a canne mozze piantati nei denti dei passanti. Le porte sfondate delle abitazioni. Gli studenti contro il muro. Le ragazze trascinate sulle camionette.

Trentamila desaparecisos. Donde estan? Bimbi separati da madri. Mogli, dai mariti. Compagne, da compagni.

Sequestri che seguono sempre le stesse modalità. Arresti sui posti di lavoro. Per strada, in pieno giorno. Le volanti della polizia, presenti ad ogni incrocio, non vedono mai niente.

Sequestri notturni. Commandos che entrano nelle case. Terrorizzano e imbavagliano. Obbligano i bambini ad assistere alle percosse e all’umiliazione.

Vittime incappucciate e trascinate fino alle macchine, mentre il resto del gruppo ruba tutto quello che può. Distrugge quello che non può portarsi via. Picchia e minaccia il resto della famiglia.

Una popolazione terrorizzata. Le persone scompaiono. Nessuno vede nulla.

Metodo indiscriminato, metodo criminale. Sequestro e tortura degli oppositori e dei loro famigliari, amici, colleghi di lavoro e di un numero rilevante di persone senza alcun tipo di pratica politica o sindacale.

Basta molto poco per essere considerato sospetto. Un equivoco. Un’esitazione. La paura.

Passano i giorni, i mesi, gli anni, senza avere mai nessuna notizia, trovando sempre risposte negative. Nessuno pare sappia niente dei sequestrati. Sono scomparsi. Punto e basta.
Un solo credo nelle stanze dei generali: salvare la Nazione dal terrorismo, dalla sovversione e dal caos comunista che minacciano l'Argentina e l'Occidente cristiano.

E così Buenos Aires diventa un luogo di santi e martiri dell’ordine e dell’orrore.

Buenos Aires capitale della morte, dove le  madri e i padri vengono gettati sui sedili posteriori delle Ford Falcon senza targa degli squadroni della morte e rinchiusi in lerci centri di tortura e deprivazione.

Buenos Aires, dove i bimbi vedono la luce negli stessi luoghi bui in cui i genitori vengono torturati, uccisi e fatti sparire per sempre.

Strumenti benedetti vengono utilizzati per mantenere l’ordine e la disciplina: la mitica picana elettrica, un autotrasformatore (reperibile in un qualsiasi negozio di materiale elettrico) in cui entrano i pochi volt della batteria e dall'altra parte ne escono quindicimila.

Gli elettrodi sulla punta bruciano la pelle e la carne. Vagine, testicoli, peni, seni, gengive, occhi.

E  non c’è solo la popolare picana ad allietare la voglia di rabbia e odio dei macellai di Stato. Si possono causare ustioni alle ferite tramite sigarette oppure con piccoli lanciafiamme, si possono rompere ossa del corpo, ferire i piedi con spille o oggetti appuntiti.

Pestare a sangue le vittime con sacchetti di sabbia,  immergere i visi negli escrementi fino al soffocamento. Appendere a testa in giù i torturati per un tempo indefinito, stuprare e mutilare le ragazze e le donne. Bendare le vittime per parecchi mesi senza fargli sapere nulla della loro sorte.

Il 24 marzo del 1976 è calata la notte sull'Argentina ed è iniziato il genocidio.
Ricordiamoceli i nomi dei boia, dei militari che coscienziosamente hanno violentato la propria terra dopo aver appassionatamente imparato le tecniche di tortura nelle scuole statunitensi.

I nomi dei primattori della Giunta militare: Viola, Massera, Galtieri, Agosti, il Generale Jorge Rafael Videla. Carnefici.  Mandanti. Feccia.

Ricordiamocelo, non dimentichiamo. Mai.


articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter".

copyright by Lorenzo Mazzoni


postato da: LorenzoMazzoni alle ore 13:40 | link | commenti (7)
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giovedì, 20 marzo 2008

Il banchetto degli scarafaggi

http://www.galerie-degenhartt.de/images/linienstrae1982udohesse.jpg

[...] Gutenberg si accese una sigaretta ed espirò il fumo nella notte.
Fissò la finestra dall’altra parte della strada, una banale finestra chiusa in una banale strada di Montmartre.
Pian piano i suoi pensieri si spostarono da quella finestra e Franz Gutenberg si ritrovò in un giorno della sua infanzia. Gli capitava spesso, negli ultimi anni, di andare con la mente indietro nel tempo, a Berlino, dai suoi genitori.
I suoi pensieri si erano fermati al 7 ottobre 1956, il giorno del suo compleanno, che era anche il giorno del compleanno della Repubblica. Compivano entrambi sette anni. Suo padre era entrato sorridente nella stanza:

-oggi Franz ti voglio fare un regalo speciale-
Erano scesi in strada e subito si erano mescolati alla folla che si riversava verso i larghi viali. La propaganda era martellante quel giorno: striscioni, manifesti, macchine con altoparlanti che trasmettevano inni.
Le bandiere nazionali, fradice d’acqua, erano appese fuori dalle finestre degli alti palazzi. Il piccolo Franz Gutenberg vide sfilare i reparti della Volks Armee. Rigidi e meravigliosi ragazzi con in testa l’elmetto simile a quello degli eroici soldati sovietici. Erano preceduti dalla pomposa banda con i tamburi e gli stendardi.
I soldati, col petto in fuori, marciavano a passo marziale, gli stivali battevano duri il selciato bagnato ed echeggiavano fra i palazzi grigi. Un vento gelido soffiava. Gli anziani stipati dietro le balaustre applaudivano la sfilata che passava. Un ufficiale salì sul palco. Franz, tenendo stretta la grossa mano di suo padre, lo ascoltò con emozione e orgoglio.
-giuro di servire lealmente la mia patria e di difenderla contro ogni nemico. Giuro che sarò sempre pronto a lottare per il socialismo e ad offrire la mia vita per il raggiungimento della vittoria-
Si alzò un lungo applauso e le note dell’inno nazionale si levarono nel cielo.
-papà, anche io un giorno voglio essere come lui- diceva Franz piangendo.
-lo sarai Franz… lo sarai… buon compleanno figliolo…- rispose il padre accarezzandogli la testa.
Sette anni dopo, al congresso dell’Organizzazione dei Pionieri Ernst Thälmann, mentre Bach veniva diffuso nella palestra da rudimentali altoparlanti e suo padre insieme ad altri cento genitori sventolava una piccola bandierina rossa, Franz seguì i suoi compagni nelle secche risposte che l’istruttore esigeva:
-siete pronti a diventare figli fedeli del nostro Stato degli operai e dei contadini?-
-sì, lo promettiamo-
-siete pronti a combattere per la grande causa del socialismo?-
-sì, lo promettiamo-
Suo padre era in piedi e applaudiva. Franz si era sentito come quel soldato della Volks Armee, fiero e rigido sul palco ornato di bandiere rosse.
Il giorno del suo settimo compleanno, finita la sfilata, Franz e il padre, avevano passeggiato per la città, si erano fermati ad osservare il cambio della guardia davanti alla pietra nera dedicata alle vittime del fascismo. Una fiamma inestinguibile bruciava dentro un androne del marmo.
-che cos’è il fascismo, papà?-
-è un’idea malvagia, di cui dobbiamo sempre diffidare-
-è il fascismo che ha portato via la mamma, papà?-
Il padre lo aveva guardato con tenerezza. Era la prima volta che il piccolo Franz Gutenberg aveva visto piangere un adulto.
-lo sai? Anche il tuo papà ha combattuto contro i fascisti, in Spagna…-
-e dov’è la Spagna?-
-lontano Franz…tanto lontano…-
-ed eri anche tu vestito come quei soldati che abbiamo visto prima?-
-qualcosa del genere…-
Gutenberg si accese una sigaretta e guardò il lungo profilo di Parigi fuori dalla finestra. La sua mente era lontana dalla Francia, lontana da quella calda e silenziosa notte. Ricordò la piccola casa in Lichtenberger Strasse. Dalla finestra della cucina si profilava la statua dedicata a Lenin e, dietro, gli alberi del grande parco di Friedrichshain. La madre gli insegnava il francese mentre faceva da mangiare. Il piccolo Franz amava le sue cotolette di maiale ben cotte. Suo padre se ne stava in poltrona bevendo un bicchierino di vodka e leggendo libroni difficili. Ricordò le vacanze a Rostock, sul Baltico, quando aveva sei anni. Ricordò quei grandi altoparlanti sulla spiaggia che sparavano onde sonore non sincronizzate, creando assurdi effetti disarmonici. Sentiva i proclami del partito, parlavano di eroi del lavoro, di percentuali di meccanizzazione. Guardava i bagnanti che giocavano a carte, o chiacchieravano.
-è questa la meccanizzazione papà?-
I suoi genitori avevano sorriso amorevolmente.
Ricordò le serate nel giardino dell’albergo con l’orchestra che suonava. Franz guardava i suoi genitori ballare. Erano belli, erano i più bei ballerini che avesse mai visto. Ricordò l’improvvisa morte della madre. L’aveva portata via un’idea ancora più perfida del fascismo, un’idea che si era concretizzata spietatamente nelle ossa di quella giovane donna. Era morta dopo una breve agonia in ospedale.
Un borbottio leggero lo fece tornare nel mondo reale, si voltò lentamente: l’acqua stava bollendo.
Spense il fuoco, infilò la bustina del tè dentro l’acqua bollente e mise su il disco di Wagner: Der Fliegende Holländer. Stava per buttarsi, in calzini e camicia, sul divano letto quando suonò il campanello.
-chi è?- disse con la voce stupita di chi non riceveva mai visite, soprattutto nel cuore della notte.
-il signor Carl Hobsgel?- chiese una voce nasale, in tedesco. Era una voce che Gutenberg non conosceva. Dopo tanti anni erano venuti a prenderlo? A chiedergli la restituzione dei suoi segreti? [...]


Tratto da:

Ost. Il banchetto degli scarafaggi
di Lorenzo Mazzoni

Edizioni Melquìades, Milano 2007

ISBN
978-88-902667-7-5

Un eccentrico gruppo di ex spie dell’Est si riunisce nei fumosi locali della Petite Budapest, un piccolo ristorante nel cuore del quartiere di Montmartre gestito dal Baffo, un ungherese con la passione della scrittura. Qualcosa però accade, qualcosa che rompe un equilibrio che forse si era raggiunto. Il passato ritorna, brandelli intimi di vita trascorsa reclamano attenzione e impegno. Le spie devono tornare in azione.
postato da: LorenzoMazzoni alle ore 00:27 | link | commenti (9)
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sabato, 15 marzo 2008

Il luccichio scadente

http://webhost.bridgew.edu/dleuenberger/women_leaders_files/creekone.jpg



Fra le destinazioni del mito scadente del “sette giorni-sei notti”, da qualche anno troviamo gli Emirati Arabi Uniti.

 

I sette emirati, descritti da moltissimi tour operator come il nuovo volto dell'Islam, fra dune di sabbia rossa e inaspettate città giardino, in verità rappresentano il luogo più deviato del momento. L'incubo concreto di quello che il peggio del mondo Arabo e dell'Occidente possono edificare.

 

Qui non c'era nulla. Mancavano i cantieri e gli alti grattacieli di vetro. Mancava l'hotel a forma di vela, le specie di piante africane e asiatiche, la tv satellitare, le discoteche per uomini d'affari, i negozi di computer e di accessori per la macchina.

 

Ma poi è arrivato il petrolio, c'è stata la crisi del 1973 e gli emiri hanno deciso di farla finita con la tradizione beduina. Gli emiri sono volati negli Stati Uniti e in Europa, ed è cambiato tutto.

 

Le fermate dell'autobus adesso hanno l'aria condizionata, se ne trovano molte lungo le strade a otto corsie, di fianco a creeks, i vecchi fiordi, distrutti dagli alberghi a forma ondulata o a vela maestra.

 

Comprare l'oro è l'attività principale delle donne arabe. L'unica attività consentita fuori di casa. L'alcool invece è venduto anche durante il Ramadan. Gli alberghi lussuosi ne tengono grosse riserve.

 

I beduini con il rolex e la dishdasha tradizionale entrano ed escono dai grandi grattacieli. I turisti li fotografano. Ammirano, apprezzano. Sembra tutto funzionare al meglio. Pulizia, mancanza di cattivi odori.

 

E' tutto esotico, un esotico finto e studiato in uffici eleganti. Nessuno ha chiesto alla popolazione cosa sarebbe piaciuto che diventasse la propria terra grazie alla ricchezza economica.

 

La disoccupazione non esiste. Lavorano tutti. Soprattutto i cingalesi, i filippini e i thailandesi che qui arrivano a frotte. Prendono paghe da fame per curare le aiuole pubbliche, rifare le camere nei night e negli alberghi, spalare la neve nelle piste da sci artificiali.

 

Gli emigranti lavorano e a fine giornata vengono caricati sui pullman e portati negli alloggi popolari al di là del confine con l'Oman.

L'Occidente vuole la pulizia, i duty-free, le tintarelle sulle spiagge limpide. L'Occidente non vuole sapere dove dormono gli immigrati, cosa fanno le donne quando non comprano l'oro.

 

L'Occidente è ben felice che gli emiri elargiscono soldi per le guerre al terrore in Iraq e in Afghanistan.

 

E per ricompensa li aiuta a edificare le isole a forma di palma, l'isola con la vegetazione tropicale e gli animali della foresta, le isole costruite per diventare colonie per milionari.  Intanto manca l'acqua, l'ambiente naturale si sta deteriorando. Il deserto muore, la barriera corallina scompare.

 

In questo luogo, fino a quarant'anni fa desertico, tranquillo e silenzioso, oggi si percepisce solo l'assurdità del “domani”. Ospitalità, tranquillità e lusso sono ormai diventati articoli per turisti.

 

Gli Emirati cancellano con una mazzetta di dollari la storia. Qui non capita nulla. Guerre e carestie non interessano. Ci si rilassa ad andare a vedere le gare di cammelli. Si ride a guardare i fantini, bambini dai cinque ai dieci anni, quasi tutti cingalesi, rapiti alle loro famiglie e portati qui a divertire emiri e amici d'oltreoceano.

 

I bambini spaventati gridano di paura. Secondo un esperto è questa paura che fa correre più veloce il cammello.

 

Si scommette, si punta.

 

Fra le grida, il caldo e il fruscio dei soldi, scende il tramonto.

 

Grattacieli illuminati. Uomini in giacca e signore in vestito da sera entrano nei locali all'ultima moda. I camerieri salutano cerimoniosamente. Le maniglie dei bagni sono d'oro. Nelle sale da ballo si danza, si brinda al dolce domani.

 

Presenze oscure ricoperte d'oro e di vergogna tornano a casa. L'aria condizionata è accesa ovunque, sibili, macchine carburate perfettamente. Aiuole magnifiche.

 

Tutto finto e perfettamente curato.

 

Manca la storia, e questo, fa di questo luogo, un posto da evitare. A meno che non si voglia essere complici della lucida follia dei tour operator.


articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter".

copyright by Lorenzo Mazzoni

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 16:39 | link | commenti (10)
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sabato, 08 marzo 2008

DEUTSCHE DEMOKRATISCHE REPUBLIK


Museo della DDR, Berlino © Eleonora Carpanelli



C'era una volta, nel cuore dell'Europa divisa dalla cortina di Ferro, un piccolo Stato che qualcuno considerava la metà povera di uno più grande.

 

Qualcun'altro il tentativo di mantenere una tradizione tedesca che la fine della Seconda Guerra Mondiale e il consumismo avevano cancellato a ovest.

 

C'era una capitale divisa da un muro (che baldanzosamente veniva chiamato il Muro della pace), con i soldatini della Volks Armee, le parate marziali, i larghi viali intitolati agli eroi del comunismo, i ragazzi in bicicletta ad Alewanderplatz.

 

C'era la scuola gratuita, la centrale nucleare obsoleta di Boxberg, la brigata giovanile VEB che costruiva i palazzi, il Giorno dell'Operaio Chimico.

 

C'era il lavoro. In quel piccolo Stato lavoravano tutti.

 

C'era la Stasi, il controllo capillare sui 17 milioni di abitanti, un milione di microfilm, 90.000 nastri, 18.000 supporti elettronici, 80 chilometri di cartelle dattiloscritte, 6 milioni di schede personali.

 

C'erano le spie, il Check Point Charlie, i funzionari col sigaro, i cavalli di frisia, le dattilografe coi microfilm infilati nelle autoreggenti.

 

C'era gente che veniva ammazzata sotto il muro. Gente che sopportava. Gente che ci credeva. Un popolo di studiosi e di sottomessi, diligenti, muti, divoratori di libri e di grandi opere da concerto.

 

C'era Bertold Brecht, rifugiato all'antiquato e accogliente Teatro Schiffbauerdamm con il suo Berliner Ensemble.

 

E c'erano il Circo Bush, il cinema Kosmos, la torre della televisione, il grande magazzino Centrum, l'hotel Stadt Berlin, l'agenzia di viaggio per lussuose vacanze a Rostock o all'estero, ospiti di qualche comitato d'accoglienza delle altre Democrazie Popolari.

 

C'era una nazionale calcistica che partecipò ai Mondiali del 1974. Giocò contro i cugini dell'ovest, ad Amburgo. Un certo Jurgen Sparwasser la fece trionfare. A Pankow la considerarono una delle giornate più gloriose della Repubblica.

 

C'erano macchine di cartone per le strade. Divertenti e tenere Trabant.

 

C'erano i bagni e i lavandini di plastica, la carta igienica più dura dell'acciaio, le aiuole pulite, un asilo per ogni isolato.

C'erano ministri con capigliature goffe e proclami demenziali. La foto di Honecker in ogni ufficio, in ogni fabbrica, a volte anche in bagno.

 

C'erano i collaboratori, quelli celebri come Christa Wolf e quelli meno celebri come i 17 milioni di sudditi che facevano lavori normali.

 

C'era Markus Wolf, il capo della Stasi, che vedeva sovversivi in ogni angolo di strada, ma che molti nemici consideravano un geniale burattinaio.

 

C'erano quelli che ascoltavano le conversazioni negli appartamenti, sentivano ridere, amare, piangere, musiche barocche, notiziari radio. A Lipsia gli “ascoltatori” per non annoiarsi appendevano foto di donne nude davanti ai loro angusti apparecchi.

 

C'era un apparato repressivo psicologico che a detta di Charles Maier, il più noto storico americano sulla Germania dell'Est, “non ebbe mai nessun progetto genocida o programma di conquista, dove percosse, torture, affamamento e uccisioni furono strumento mai utilizzato”.

 

Nonostante queste rassicurazioni, diciamo che non si stava proprio bene al cento per cento.

 

C'era un gruppo di intellettuali, artisti, insegnanti, sognatori, ecologisti che si nominò il Neues Forum. Chiedevano che le cose buone rimanessero: la scuola gratis, il lavoro per tutti, lo spazio alla cultura (magari più libero) e che venissero tolte le misure repressive, diminuito l'inquinamento, un ringiovanimento dell'élite al potere.

 

Non chiedevano di smantellare la Repubblica, chiedevano semplicemente di cambiarla.

 

Ma arrivarono troppo tardi, quando ormai il muro crollava, gli archivi della Stasi venivano saccheggiati, i cugini dell'ovest gridavano “unificazione!”. Senza transizione, senza attesa.

 

C'era uno Stato paradossale, affascinante e spietato nel cuore dell'Europa che è scomparso nel 1991, per sempre, per lasciare posto ad una gigantesca nazione forte e piena di lacune.

Particolarità: nessuna.



articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter".

copyright by Lorenzo Mazzoni

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 01:12 | link | commenti (8)
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giovedì, 06 marzo 2008

Della serie: io non sono abbastanza per nessuno

http://www.rdfm.org/ammuzzu/wp-content/uploads/2006/07/syd3.jpg



It's awfully considerate of you to think of me here
And I'm most obliged to you for making it clear
That I'm not here.
And I never knew the moon could be so big
And I never knew the moon could be so blue
And I'm grateful that you threw away my old shoes
And brought me here instead dressed in red
And I'm wondering who could be writing this song.

I don't care if the sun don't shine
And I don't care if nothing is mine
And I don't care if I'm nervous with you
I'll do my loving in the winter.

And the sea isn't green
And I love the queen
And what exactly is a dream?
And what exactly is a joke?

Jugband Blues - Syd Barrett (in A Saucerful of Secrets, Pink Floyd, 1968)

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 00:08 | link | commenti (7)
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mercoledì, 05 marzo 2008

Istanbul, Porta dell’Asia


Istanbul © Tommy Graziani



Una ragazza in minigonna parla sguaiatamente in un cellulare ultimo modello.

 

Di fianco a lei, un anziano, infagottato dentro un vecchio completo dal colore indefinibile, cerca di vendere spillette con l'effige di Lenin.

 

Alle loro spalle la sede del Partito dei lavoratori. Intorno i negozi dell'alta moda. Ragazzi con occhiali da sole, donne velate, uomini d'affari.

 

Qui, a sud di Taksim, la modernità fa a spallate con la decadenza lasciata dai fasti dell'Impero Bizantino e da quello Ottomano.

 

Verso Beyoglu, verso il ponte di Galata, la gente passeggia fra innovazione e tradizione. Passeggia fra negozi di strumenti musicali, gatti che rovistano nell'immondizia, tacchi a spillo, profumi europei.

 

Istanbul non riesce a togliersi di dosso il peso del grande passato. I suoi dodici milioni di abitanti, sempre in aumento, pulsano e assorbono vecchio e nuovo. Bisanzio e Costantinopoli sono morte. Istanbul pulsa di vita millenaria.

 

Gli edifici in legno sentono il peso degli anni. Scrostati e abbandonati, riutilizzati per farci lokante che vendono tè.

 

Caos, colori, gente che urla. Pescatori silenziosi. Traghetti che borbottano da una sponda all'altra del Bosforo.

 

In un negozio di mercanzie indefinibili primeggia il volto severo e austero di Atatürk. Il Padre dei turchi, colui che trasformò la nazione in una moderna repubblica.

 

Ancora oggi molti gli sono riconoscenti. Lo si festeggi a raki, lo si festeggia andando verso la modernità, con il fiato della religione e della tradizione sempre sul collo.

 

A Santa Sofia fedeli e turisti si mischiano. Sdraiati nel centro di quello che un tempo è stato il grandioso ippodromo di Costantino, si assorbe l'acustica maestosa dei muezzin. Chiamano, invocano. Le preghiere del cielo mettono i brividi e una sorta di strana commozione laica.

 

Le mura costruite da Teodosio II ancora emergono fra le case. La Mosche Blu si innalza verso un divino impalpabile. Il traffico è intenso sul ponte Boguazici, sospeso fra Europa ed Asia. Due continenti. Due culture.




articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter".

copyright by Lorenzo Mazzoni

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 15:43 | link | commenti (4)
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