Civili vietnamiti massacrati a My Lai © Ronald L. Haeberle
Il 16 marzo del 1968 i ragazzi della compagnia Charlie, al comando del capitano Ernst Medina, entrarono dalla parte settentrionale del villaggio di My Lai, dove ora sorge quel grandissimo, giovane albero, e dove, allora, giocavano i bambini.
Svuotarono i caricatori. Buttarono le bombe a mano nelle capanne.
Violentarono le ragazzine in branco, da veri boy-scout, poi le trucidarono con le baionette.
I più pericolosi esponenti del villaggio: vecchi e donne, vennero raccolti in gruppi e falciati con le mitragliatrici.
Lo stomaco di una donna gravida venne aperto con un machete, il feto lanciato lontano nelle sterpaglie.
Poco distante, a Binh Tay, un villaggio vicino, il tenente Caley guardava un neonato che a gattoni stava cercando di uscire dal mucchio di corpi massacrati.
Il tenente, che amava le cose ben fatte, con un calcio spinse il lattante di nuovo nella fossa comune e gli sparò
Siamo sinceri, non è mica facile distinguere un guerrigliero viet-cong da un bambino di otto mesi.
I soldati finirono i superstiti, appiccarono il fuoco alle case, uccisero il bestiame ancora vivo, raccolsero infine donne e bambini e li uccisero. In tutto 347 civili.
Nel rapporto militare fu scritto che erano stati uccisi 90 viet cong e nessun civile.
La notizia del massacro arrivò negli USA. Qualcuno chiedeva giustizia, i più chiedevano di chiudere in fretta la faccenda per poter continuare in tutta tranquillità i bombardamenti sui centri abitati del Nord Vietnam.
Il processo fu solamente contro Calley. Più semplice e sbrigativo.
La giuria si ritirò in camera di consiglio il 16 marzo 1971, riconobbe Calley colpevole dell’omicidio di almeno 22 civili e lo condannò ai lavori forzati a vita.
La pena fu poi ridotta a 20 anni e poi a 10, fu infine liberato sulla parola nel 1974 dopo tre anni e mezzo trascorsi agli arresti domiciliari.
Oggi, quell'inutile orrore scatenato da un branco di vaccari assassini, è ricordato da un dignitoso, commovente manifesto.
"Il dolore matura la nostra umanità".
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter". copyright by Lorenzo Mazzoni

articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter". copyright by Lorenzo Mazzoni


Fra le destinazioni del mito scadente del “sette giorni-sei notti”, da qualche anno troviamo gli Emirati Arabi Uniti.
I sette emirati, descritti da moltissimi tour operator come il nuovo volto dell'Islam, fra dune di sabbia rossa e inaspettate città giardino, in verità rappresentano il luogo più deviato del momento. L'incubo concreto di quello che il peggio del mondo Arabo e dell'Occidente possono edificare.
Qui non c'era nulla. Mancavano i cantieri e gli alti grattacieli di vetro. Mancava l'hotel a forma di vela, le specie di piante africane e asiatiche, la tv satellitare, le discoteche per uomini d'affari, i negozi di computer e di accessori per la macchina.
Ma poi è arrivato il petrolio, c'è stata la crisi del 1973 e gli emiri hanno deciso di farla finita con la tradizione beduina. Gli emiri sono volati negli Stati Uniti e in Europa, ed è cambiato tutto.
Le fermate dell'autobus adesso hanno l'aria condizionata, se ne trovano molte lungo le strade a otto corsie, di fianco a creeks, i vecchi fiordi, distrutti dagli alberghi a forma ondulata o a vela maestra.
Comprare l'oro è l'attività principale delle donne arabe. L'unica attività consentita fuori di casa. L'alcool invece è venduto anche durante il Ramadan. Gli alberghi lussuosi ne tengono grosse riserve.
I beduini con il rolex e la dishdasha tradizionale entrano ed escono dai grandi grattacieli. I turisti li fotografano. Ammirano, apprezzano. Sembra tutto funzionare al meglio. Pulizia, mancanza di cattivi odori.
E' tutto esotico, un esotico finto e studiato in uffici eleganti. Nessuno ha chiesto alla popolazione cosa sarebbe piaciuto che diventasse la propria terra grazie alla ricchezza economica.
La disoccupazione non esiste. Lavorano tutti. Soprattutto i cingalesi, i filippini e i thailandesi che qui arrivano a frotte. Prendono paghe da fame per curare le aiuole pubbliche, rifare le camere nei night e negli alberghi, spalare la neve nelle piste da sci artificiali.
Gli emigranti lavorano e a fine giornata vengono caricati sui pullman e portati negli alloggi popolari al di là del confine con l'Oman.
L'Occidente vuole la pulizia, i duty-free, le tintarelle sulle spiagge limpide. L'Occidente non vuole sapere dove dormono gli immigrati, cosa fanno le donne quando non comprano l'oro.
L'Occidente è ben felice che gli emiri elargiscono soldi per le guerre al terrore in Iraq e in Afghanistan.
E per ricompensa li aiuta a edificare le isole a forma di palma, l'isola con la vegetazione tropicale e gli animali della foresta, le isole costruite per diventare colonie per milionari. Intanto manca l'acqua, l'ambiente naturale si sta deteriorando. Il deserto muore, la barriera corallina scompare.
In questo luogo, fino a quarant'anni fa desertico, tranquillo e silenzioso, oggi si percepisce solo l'assurdità del “domani”. Ospitalità, tranquillità e lusso sono ormai diventati articoli per turisti.
Gli Emirati cancellano con una mazzetta di dollari la storia. Qui non capita nulla. Guerre e carestie non interessano. Ci si rilassa ad andare a vedere le gare di cammelli. Si ride a guardare i fantini, bambini dai cinque ai dieci anni, quasi tutti cingalesi, rapiti alle loro famiglie e portati qui a divertire emiri e amici d'oltreoceano.
I bambini spaventati gridano di paura. Secondo un esperto è questa paura che fa correre più veloce il cammello.
Si scommette, si punta.
Fra le grida, il caldo e il fruscio dei soldi, scende il tramonto.
Grattacieli illuminati. Uomini in giacca e signore in vestito da sera entrano nei locali all'ultima moda. I camerieri salutano cerimoniosamente. Le maniglie dei bagni sono d'oro. Nelle sale da ballo si danza, si brinda al dolce domani.
Presenze oscure ricoperte d'oro e di vergogna tornano a casa. L'aria condizionata è accesa ovunque, sibili, macchine carburate perfettamente. Aiuole magnifiche.
Tutto finto e perfettamente curato.
Manca la storia, e questo, fa di questo luogo, un posto da evitare. A meno che non si voglia essere complici della lucida follia dei tour operator.
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter". copyright by Lorenzo Mazzoni
C'era una volta, nel cuore dell'Europa divisa dalla cortina di Ferro, un piccolo Stato che qualcuno considerava la metà povera di uno più grande.
Qualcun'altro il tentativo di mantenere una tradizione tedesca che la fine della Seconda Guerra Mondiale e il consumismo avevano cancellato a ovest.
C'era una capitale divisa da un muro (che baldanzosamente veniva chiamato il Muro della pace), con i soldatini della Volks Armee, le parate marziali, i larghi viali intitolati agli eroi del comunismo, i ragazzi in bicicletta ad Alewanderplatz.
C'era la scuola gratuita, la centrale nucleare obsoleta di Boxberg, la brigata giovanile VEB che costruiva i palazzi, il Giorno dell'Operaio Chimico.
C'era il lavoro. In quel piccolo Stato lavoravano tutti.
C'era la Stasi, il controllo capillare sui 17 milioni di abitanti, un milione di microfilm, 90.000 nastri, 18.000 supporti elettronici, 80 chilometri di cartelle dattiloscritte, 6 milioni di schede personali.
C'erano le spie, il Check Point Charlie, i funzionari col sigaro, i cavalli di frisia, le dattilografe coi microfilm infilati nelle autoreggenti.
C'era gente che veniva ammazzata sotto il muro. Gente che sopportava. Gente che ci credeva. Un popolo di studiosi e di sottomessi, diligenti, muti, divoratori di libri e di grandi opere da concerto.
C'era Bertold Brecht, rifugiato all'antiquato e accogliente Teatro Schiffbauerdamm con il suo Berliner Ensemble.
E c'erano il Circo Bush, il cinema Kosmos, la torre della televisione, il grande magazzino Centrum, l'hotel Stadt Berlin, l'agenzia di viaggio per lussuose vacanze a Rostock o all'estero, ospiti di qualche comitato d'accoglienza delle altre Democrazie Popolari.
C'era una nazionale calcistica che partecipò ai Mondiali del 1974. Giocò contro i cugini dell'ovest, ad Amburgo. Un certo Jurgen Sparwasser la fece trionfare. A Pankow la considerarono una delle giornate più gloriose della Repubblica.
C'erano macchine di cartone per le strade. Divertenti e tenere Trabant.
C'erano i bagni e i lavandini di plastica, la carta igienica più dura dell'acciaio, le aiuole pulite, un asilo per ogni isolato.
C'erano ministri con capigliature goffe e proclami demenziali. La foto di Honecker in ogni ufficio, in ogni fabbrica, a volte anche in bagno.
C'erano i collaboratori, quelli celebri come Christa Wolf e quelli meno celebri come i 17 milioni di sudditi che facevano lavori normali.
C'era Markus Wolf, il capo della Stasi, che vedeva sovversivi in ogni angolo di strada, ma che molti nemici consideravano un geniale burattinaio.
C'erano quelli che ascoltavano le conversazioni negli appartamenti, sentivano ridere, amare, piangere, musiche barocche, notiziari radio. A Lipsia gli “ascoltatori” per non annoiarsi appendevano foto di donne nude davanti ai loro angusti apparecchi.
C'era un apparato repressivo psicologico che a detta di Charles Maier, il più noto storico americano sulla Germania dell'Est, “non ebbe mai nessun progetto genocida o programma di conquista, dove percosse, torture, affamamento e uccisioni furono strumento mai utilizzato”.
Nonostante queste rassicurazioni, diciamo che non si stava proprio bene al cento per cento.
C'era un gruppo di intellettuali, artisti, insegnanti, sognatori, ecologisti che si nominò il Neues Forum. Chiedevano che le cose buone rimanessero: la scuola gratis, il lavoro per tutti, lo spazio alla cultura (magari più libero) e che venissero tolte le misure repressive, diminuito l'inquinamento, un ringiovanimento dell'élite al potere.
Non chiedevano di smantellare la Repubblica, chiedevano semplicemente di cambiarla.
Ma arrivarono troppo tardi, quando ormai il muro crollava, gli archivi della Stasi venivano saccheggiati, i cugini dell'ovest gridavano “unificazione!”. Senza transizione, senza attesa.
C'era uno Stato paradossale, affascinante e spietato nel cuore dell'Europa che è scomparso nel 1991, per sempre, per lasciare posto ad una gigantesca nazione forte e piena di lacune.
Particolarità: nessuna.
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter". copyright by Lorenzo Mazzoni

Una ragazza in minigonna parla sguaiatamente in un cellulare ultimo modello.
Di fianco a lei, un anziano, infagottato dentro un vecchio completo dal colore indefinibile, cerca di vendere spillette con l'effige di Lenin.
Alle loro spalle la sede del Partito dei lavoratori. Intorno i negozi dell'alta moda. Ragazzi con occhiali da sole, donne velate, uomini d'affari.
Qui, a sud di Taksim, la modernità fa a spallate con la decadenza lasciata dai fasti dell'Impero Bizantino e da quello Ottomano.
Verso Beyoglu, verso il ponte di Galata, la gente passeggia fra innovazione e tradizione. Passeggia fra negozi di strumenti musicali, gatti che rovistano nell'immondizia, tacchi a spillo, profumi europei.
Istanbul non riesce a togliersi di dosso il peso del grande passato. I suoi dodici milioni di abitanti, sempre in aumento, pulsano e assorbono vecchio e nuovo. Bisanzio e Costantinopoli sono morte. Istanbul pulsa di vita millenaria.
Gli edifici in legno sentono il peso degli anni. Scrostati e abbandonati, riutilizzati per farci lokante che vendono tè.
Caos, colori, gente che urla. Pescatori silenziosi. Traghetti che borbottano da una sponda all'altra del Bosforo.
In un negozio di mercanzie indefinibili primeggia il volto severo e austero di Atatürk. Il Padre dei turchi, colui che trasformò la nazione in una moderna repubblica.
Ancora oggi molti gli sono riconoscenti. Lo si festeggi a raki, lo si festeggia andando verso la modernità, con il fiato della religione e della tradizione sempre sul collo.
A Santa Sofia fedeli e turisti si mischiano. Sdraiati nel centro di quello che un tempo è stato il grandioso ippodromo di Costantino, si assorbe l'acustica maestosa dei muezzin. Chiamano, invocano. Le preghiere del cielo mettono i brividi e una sorta di strana commozione laica.
Le mura costruite da Teodosio II ancora emergono fra le case.
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter".
copyright by Lorenzo Mazzoni