
La ricostruzione a Kabul procede male e senza nessuna logica apparente.
Il desiderio e l'imposizione degli occidentali di importare stili costruttivi che niente hanno a che fare con le tipologie dell'area, hanno creato un delirio di linguaggi architettonici stranieri e balzani.
Nel maldestro tentativo di ricreare scenografie ispirate alle città dell'occidente si possono osservare fra le macerie di Kabul, una riproduzione dozzinale della Tour Eiffel, grattacieli alla Chicago Style e altre amenità fuori luogo.
Un modo “intelligente” con cui trasformare i vecchi palazzi è quello di costruire una facciata elevata: generalmente armature di vetro e acciaio, come se ci trovassimo a Dallas, distruggendo così la tipologia tipica afgana: case e palazzi sono mono piano da tempi immemori.
Inoltre, le Killing zones, le aree intorno alle basi militari, sono state sgomberate e circondate da torri con sentinelle, cavalli di frisia, filo spinato, mine. Chi si avvicina rischia di essere ammazzato da qualche cecchino.
Ovviamente, queste aree militari, per il rispetto della popolazione, sono state costruite in zone densamente abitate. Espropriando ampi spazi pubblici.
Nel quartiere di Sherpur sono stati fatti i più grossi investimenti edilizi. Sono stati rasi al suolo interi isolati e sono state costruite abitazioni per il personale occidentale. Fuori, fra le macerie, la popolazione rovista in cerca di cibo e di speranze.
Costruite con la forza su terreni pubblici, le proprietà residenziali, possono fruttare più di quindicimila dollari al mese.
In molti casi le stesse organizzazioni internazionali usano questi edifici per i propri dipendenti, e preferiscono ignorare il fatto che per fare dormire tanti bravi volontari si è dovuto effettuare uno spostamento forzato di un'intera comunità.
L'ambasciata statunitense è il progetto più costoso della ricostruita Kabul. Situata in una vasta zona fortificata (inutile dire che anche qui gli spazi pubblici sono stati espropriati), è una città nella città. Gli afgani non entrano. Proibito.
Fino a qualche anno fa la piana dello Shomali era adibita al pascolo stagionale. Oggi è al centro di un fortissimo interesse speculativo. Insieme al nuovo progetto di Omed-e Sabz Township, la piana verrà sventrata da lotti, assi commerciali e arterie che la collegheranno con il martoriato centro cittadino. In appena due anni, aspettando questo “maestoso” progetto di riqualificazione, la piana dello Shomali è stata interamente occupata da case abusive: ai cittadini scacciati dalle proprie abitazioni si sono uniti i profughi tornati da Pakistan e Iran dopo il conflitto con i talebani. Molti dei nuovi palazzi costruiti nelle zone rimaste deserte mancano di servizi, mancano di una regolamentazione abitativa e di una pianificazione degna di nota. In centro però, ad uso e consumo delle nazioni Unite, vengono costruite palestre e locali dove ristorarsi. E' inevitabile che il risentimento crei altre catastrofi. Ma anche molte delle nuove ville dei ricchi, costruite con sfarzo su terreni demaniali, sono prive di connessione alla rete idrica, obbligando gli abitanti ad acquistare l'acqua da autobotti private, dietro alle quali gravita un micromondo sommerso di corruzione, poteri forti e delinquenza. Se si guarda la città attraverso Chamane Uzuri, verso Jade Maiwand, è subito evidente la terribile collisione data tra la città vecchia e i nuovi interventi che gli speculatori vorrebbero ad uso rampante e commerciale ma che hanno solo incrementato l'astio locale e rischiano di distruggere le tracce dell'antico tessuto storico. Dunque, la si sta davvero ricostruendo questa città? Si sta davvero pensando alle esigenze degli afgani? O forse grazie alle accentuate posizioni liberiste degli Stati Uniti e degli altri attori stranieri si sta solo costruendo una specie di “selvaggio west” (in questo caso est) governato da signori della guerra e da militari? Kabul ha bisogno di risposte immediate.
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter" (www.ilreporter.com)
COPYRIGHT BY LORENZO MAZZONI


articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter" (www.ilreporter.com)
Oltre alla totale devastazione in cui gli eventi bellici l'hanno ridotta negli ultimi venticinque anni, Kabul sta subendo terribili catastrofi dovute alle politiche locali e internazionali, nate dopo la cacciata del regime talebano.
La difficile, quasi impossibile convivenza fra gli occupanti statunitensi, le organizzazioni umanitarie occidentali e la cultura del luogo, legata a schemi rurali, agricoli e tribali, crea ancora più confusione e disorientamento, in un momento in cui ogni possibile nuova pianificazione avrebbe bisogno di essere studiata con calma e consapevolezza.
Urbanisticamente Kabul rappresenta perfettamente l'anarchia venutasi a creare dopo la rotta talebana: conflitti etnici, giochi di potere, violenza gratuita, corruzione, crescita della popolazione.
I vari interventi voluti dall'amministrazione locale con l'appoggio statunitense, sono un susseguirsi bizzarro di architetture che poco hanno a che vedere con il reale bisogno della popolazione.
Prima del
L'aumento esponenziale affligge la strade della capitale afghana, strade vecchie, in rovina, che a fatica sorreggono i cingoli dei blindati e dei carri armati.
La triplicazione della popolazione, inoltre, crea un ambiente precario e potenzialmente pericoloso per i pedoni, in gran numero, vista la povertà in cui imperversa la città.
La maggioranza dei nuovi “edifici residenziali” vengono costruiti con mattoni cotti nelle fornaci improvvisate nei sobborghi di Kabul, incrementando ed esasperando ulteriormente il già grave inquinamento ambientale.
La gente passeggia.
La gente passeggia e respira il veleno.
A Kabul il rancore si rigenera... (1. continua)
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Un anno trascorso insieme ci ha stimolato, ha intessuto una rete di interscambio di idee e saperi e ci ha spinti a continuare a svilupparlo insieme a voi.
In questo 7° incontro, come sempre, vi invitiamo a partecipare con i vostri scritti, disegni, dipinti, musica, foto, recitazione o quant’altro, oppure proponendo cose di altri che vi hanno colpito e che volete condividere durante la serata; ma anche la “nuda” partecipazione è un contributo indispensabile all’incontro.
Inoltre, avremo l’immenso piacere di avere attorno al tavolo un collettivo di scrittori di Ferrara “Alba Cienfuegos” che presentano in anteprima il loro romanzo
Eri tutto lungo
(Cavallo Pazzo e altri cani sciolti)
Il libro racconta le vicissitudini di alcuni personaggi dell’hinterland milanese nel corso dell’anno 1977-1978 e per gli autori è anche un’occasione per riproporre lo spaccato di un’epoca di profonde trasformazioni sociali e politiche della storia italiana recente.
Spazio Micene
Milano
49, 95, MM Lotto, MM Bande Nere
Casal Borsetti © Eleonora Carpanelli
Casal Borsetti, limite settentrionale della riviera ravennate. Luogo silenzioso, un tempo borgo di pescatori, oggi tappa non obbligatoria sulla Statale Romea.
Alle spalle della sua lunga spiaggia, passano rombando i camion e le macchine. Davanti il mare, calessi e cavalli. Camminatori, figure solitarie.
Un paese fuori dal mondo e dentro il mondo. Nel cuore del Parco del Delta del Po e dell'oasi naturale Valle della Canna.
A questi borghi taciturni è legata l'esperienza di Giuseppe Garibaldi, in fuga con la sua adorata Anita. Nascosto in un capanno non poté far altro che vederla spirare prima di riprendere il suo viaggio verso nord.
A sud di Casal Borsetti si trova l'Isola degli Spinaroni, un cordone di terra che si allunga nelle acque della Piallassa della Baiona.
L'isolotto, durante la seconda guerra mondiale, ospitò un accampamento partigiano. I combattenti si rifugiavano in queste lande desolate e malinconiche per studiare le strategie d'attacco. Perlustravano i sentieri delle valli guidati da silenziosi e dignitosi barcaioli cenciosi.
La zona fu teatro della Battaglia delle Valli, il 3 dicembre del 1944, grazie alla quale l'attacco partigiano favorì l'avanzata degli Alleati e la liberazione di Ravenna, Porto Corsini e Casal Borsetti.
Sembra impossibile, osservando l'impalpabile movimento dei passanti, che a qualche chilometro da qui, da queste spiagge lunghissime, si ergano la zona industriale con il porto, le navi da carico, lo smog, il traffico intenso.
Fuori dal mondo e dentro il mondo. Luogo remoto ma raggiungibile in ogni momento. Malinconia leggera, storia, orme sulla sabbia. Cavalli che trottano lenti e affannati.
Paesaggio di pinete e valli, ferry-boat che tagliano l'esile porto canale. Stabilimenti balneari vuoti, ombrelloni chiusi, lettini ripiegati.
Casal Borsetti e Porto Corsini vivono solo in una stagione. Quando non è estate c'è spazio solo per i pensieri di lucida malinconia.
Verso il tramonto, qualcuno, segue le orme dei cavalli lasciate sulla sabbia.
http://www.ilreporter.com/articolo.aspx?LANG=ITA&IDCAT=1&IDART=512&PAGE=1
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Secondo i dati forniti dai centri israeliani per la difesa dei diritti umani, B'Tselem e HaMoked, sembra che dopo l'annessione di Gerusalemme Est sotto il controllo d'Israele, come conseguenza della guerra dei sei giorni, siano state costruite 64.870 abitazioni per cittadini ebrei e solamente 8.890 per i cittadini arabi.
La maggior parte delle terre espropriate, chiaramente, apparteneva agli arabi, costretti a trasferirsi nelle aree limitrofe alla città, pur mantenendo il lavoro a Gerusalemme.
Negli ultimi anni si è assistito, con forte preoccupazione delle associazioni umanitarie, all'aggravarsi della situazione abitativa palestinese a causa dell'inasprimento dei permessi di residenza; in questo modo l'amministrazione israeliana mira ad ebraicizzare sempre di più la parte araba della città.
Sul reportage di B'Tselem, “la deportazione silenziosa”, si può leggere:
“Dall'annessione di Gerusalemme Est a Israele nel 1967 tutti i governi hanno fatto ogni sforzo per ridurre sensibilmente il numero dei residenti palestinesi in questa parte della città attraverso restrizioni relative all'edilizia, severi provvedimenti in merito all'unificazione familiare e minimi investimenti per le loro infrastrutture. A tutto ciò corrisponde una politica di rinforzo della sovranità di Israele su Gerusalemme Est, così da non poter essere eventualmente minacciata in futuro”.
I visitatori stranieri che hanno occhi per “vedere”, potranno notare in molte parti orientali della città, bandiere con la stella di Davide attaccate alle finestre.
Fra gli abitanti di queste abitazioni vi era anche Ariel Sharon prima del ricovero in ospedale. L'ex primo ministro, non contento dopo la sua provocatoria passeggiata alla Spianata delle Moschee nel settembre del 2000 di aver causato scontri che porteranno in tre mesi ad oltre 350 vittime, si è fatto costruire una casa con tanto di candelabri scolpiti sul muretto a ridosso del suq e dal cuore pulsante della comunità araba.
La mancata concessione dei citati permessi, o il ritardo nelle operazioni di passaggio, ha portato alla morte di almeno 29 palestinesi, tra cui tre donne e un neonato.
Il 18 ottobre dell'anno scorso un giovane malato di cancro è arrivato in ambulanza al valico di Erez diretto a Gerusalemme. Dopo tre ore di “trattative” i soldati israeliani hanno preteso che il ragazzo attraversasse il check point su un girello anziché in ambulanza.
Una volta dall'altra parte lo hanno rispedito indietro. Solo il 28 ottobre il malato è riuscito finalmente ad arrivare a Gerusalemme: morto.
Stessa sorte è capitata ad un anziano sofferente di emorragia allo stomaco. Dopo ore e ore di tira e molla il malato ha passato il check point ed è spirato davanti ai militari.
I palestinesi non sono immigrati, ma vengono trattati come stranieri a casa propria. Questa è la sensazione che traspira da questi inquietanti notizie.
Inoltre, dopo il crollo dell'URSS, Israele ha costantemente favorito l'entrata nel Paese ad almeno 900.000 ebrei dell'est Europa e a 70.000 ebrei etiopici.
Spesso considerati cittadini di seconda categoria, sono comunque serviti ad intasare ancora di più la già caotica città, riducendo ulteriormente la possibilità di abitazione per i palestinesi.
La paura per uno sviluppo demografico arabo viene combattuto a suon di espropri e di dubbio inserimento di immigrati ebraici.

Vai in un qualsiasi ufficio di collocamento e dimmi se quelli del Fronte della Salvezza Nazionale dicevano la verità sulla disoccupazione ai tempi del tiranno.
Guarda la lunga fila dei senza lavoro. Battono i piedi, fumano, rumoreggiano.
I più fortunati, quelli che del collocamento non se ne fanno nulla, fanno due lavori al giorno mal pagati: guida turistica e tassista, magnaccia e venditore ambulante, contadino e assicuratore.
Vai a mangiare in un Mc Donald's nel centro di Bucarest e dimmi se il pane dei cheesburgher è migliore di quello dei Mc Donald's di Milano.
Vai in cerca di quadri per il mercatino davanti al monastero Antim. Se non li trovi chiedi a qualche rivoluzionario dell'89. Le loro case sono piene: per la rivoluzione (?) si espropria alla nazione anche il patrimonio artistico.
Vai a Stravropoleos, a Spiridon. Attraversa la piazza della Repubblica, evita le bande di cani randagi, evita le macchine.
Vai a scattare fotografie banali al Palatul Poporului, la casa del popolo, il Parlamento. L'edificio pubblico più grande al mondo dopo il Pentagono. Seimila stanze rivestite di marmo. Dodici piani, ottantasei metri di altezza, rifugi antiatomici, fontane. Megalomania d'annata.
Di fronte, le facciate dei palazzi sono ricoperte da cartelloni pubblicitari con la gigantografia del volto sorridente di Beckham. Megalomania moderna.
Vai a fare una corsetta per il Bulevardul Balcescu. Mettiti una mascherina antismog. Aspetta un autobus che non arriverà mai.
Torna indietro per Boulevardul Unirii. Il Boulevard della Vittoria del Socialismo: non ha portato tanto bene.
Vai a Bucarest d'inverno, ricopriti con tre cappotti e cinque strati di magliette dello Steaua. Di notte fa meno quindici gradi. I pochi parchi sono spogli, le strade buie. Guarda sotto i tuoi piedi. Osserva le mani che sollevano il tombino. Segui il passo ciondolante dei bambini che sono usciti dal sottosuolo.
Vai dietro i loro passi. Ricordati, quando sarai a casa, di aver visto un moccioso di otto anni inalare colla Aurolac e poi crollare al suolo. Ricordati, tienilo a mente che nelle fogne di Bucarest vivono centinaia di bambini.
Migliaia di metri di sottosuolo riscaldato dai tubi dell'acqua bollente. Pavimento di fango e rifiuti umani. La reggia degli orfani rumeni. La più terribile conseguenza della rivoluzione (?) dell'89, il decreto di chiudere tutti gli istituti per minori dello Stato.
Gretti minatori e perdigiorno del Fronte della Salvezza Nazionale che, sbarazzatisi del tiranno, accompagnavano cortesemente i figli di nessuno fuori dagli orfanotrofi.
Vai sul Danubio, sfoglia le pagine dei libri di storia. Soffermati sulla nota che dice che qui, nel 1640 vivevano centomila persone. Qui, in questo caotico groviglio di case e palazzi, seicentocinque chilometri quadrati, due milioni di abitanti.
Vai indietro con la memoria, va nel 1821, nel pieno della rivolta contadina di Tudor Vladimirescu. La prima manifestazione in Valacchia dei moti risorgimentali balcanici. Anteprima di Bucarest capitale, bulbi elettrici, lampade a petrolio.
Vai negli anni '30, assorbi la rinascita economica e culturale della città.
Vai a sederti in un tavolino esterno dei café del centro. Osserva i passanti, il loro bagaglio di tradizioni, superstizione. Occhi dal fascino barbaro e oscuro. Gente allegra, disperata, scettica, rumorosa.
Vai a Bucarest durante
Vai in cerca dei fasti del passato. Cerca tracce di sangue. Cerca gocce di speranza. Ricordati della nazionalizzazione, della colletivizzazione, il piano quinquennale, la politica estera indipendente dall'influenza sovietica, la modernizzazione.
E poi ancora: i prestiti occidentali, l'austerità, le esportazioni di derrate alimentari, la corruzione, la securitate, la condanna a morte, l'esecuzione del Conducador e della consorte.
Vai a guardare i tuoi connazionali in giacca e cravatta accompagnati da principesse more in tacchi a spillo. Entra nelle discoteche. Varca la soglia del Club Maxx o del Why Not. Vai a giocare a biliardo al Casablanca o ad intrattenere gli studenti al Club A.
Muoviti a passo di samba al Flamingo. Scegli l'intrattenimento serale che più ti aggrada: spettacolo teatrale, casinò, concerto, massaggi orientali. Sembra tutto facile e patinato.
Le donne più belle della città nel modo migliore, più veloce, più economico.
Vai in giro per la fredda notte di Bucarest. Attraversa i quartieri di Amzei, Cismigiu, Lipscani. Segui le risate e il profumo stonato dei corpi sudati.
Eccolo il Malibu, con le sue ninfette da striptease. Il Babes e il Lucky Love, sexy-club per stranieri avvinazzati.
Vai a zonzo fino all'alba. Aspetta sul ciglio della strada un taxi sgangherato. Guidato da un ometto orbo che, come i più fortunati reduci dell'89, fa due lavori: quando non guida aiuta la moglie a vendere merletti.
La figlia è andata in Italia a fare la badante. Adesso la vogliono rimandare a Bucarest.
“Vai via e aspetta almeno trent'anni a tornare”. Sussurra il tassista davanti all'entrata dell'aeroporto.
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