Lorenzo Mazzoni

Chi sono

Blogger: LorenzoMazzoni
Nome: Lorenzo Mazzoni
Nato a Ferrara nel 1974. Ho pubblicato i romanzi "Un tango per Victor" (La Carmelina Edizioni, 2008), "Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda" (Robin Edizioni, 2008), "Nero ferrarese" (disegni di Andrea Amaducci - La Carmelina Edizioni, 2007), "Ost, il banchetto degli scarafaggi" (Edizioni Melquìades, 2007), "Il requiem di Valle Secca" (Tracce, 2006), e gli e-book "Il sole sorge sul Vietnam", "Mekong Blues" (fotografie di Tommy Graziani), "Le bestie" e "Privilegi" (Edizioni Kult Virtual Press, 2005-07). Viaggio, ascolto, giro in bicicletta.

Categorie

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
venerdì, 28 dicembre 2007

Un reporter salgariano

Qualche mese fa, seduti ad un bar dietro la sede milanese de Il Sole 24Ore, io e l'amico Roberto Coaloa
(che al quotidiano lavora) abbiamo iniziato a fantasticare su svariati e piacevoli argomenti. Graham Greene, la Russia, Conrad, la nuova narrativa italiana, il ruolo dello storico, l'architettura di Del Piano, Salgari e, di conseguenza, Augusto Franzoj.

Mentre sorseggiavo il caffè ho ascoltato con piacere Roberto parlarmi di questo geniale e inimitabile viaggiatore, esploratore, libertario. Il fatto che abbia ispirato molti dei romanzi "africani" di Emilio Salgari me lo ha fatto diventare subito simpatico.

Tornato a Ferrara ho rielaborato le idee. Qualche giorno fa, per il "il reporter", il quotidiano al quale collaboro, ho scritto questo articolo dedicato appunto ad Augusto Franzoj.

Lo dedico a Roberto Coaloa e vi invito caldamente a dare un'occhiata anche al suo blog. Di spazi intelligenti non ce ne sono poi così tanti e il suo vale la pena di essere visitato.

http://coaloalab.splinder.com/

Franzoj


Augusto Franzoj, reporter salgariano


Fra le figure dimenticate dei grandi esploratori italiani, primeggia, in una nicchia impolverata della memoria collettiva, l'icona di Augusto Franzoj, viaggiatore, avventuriero, uomo libero e, a modo suo, reporter ante litteram.

 

La sua figura ha ispirato moltissime delle avventure letterarie di Emilio Salgari, suo contemporaneo, ed è stato lui stesso un notevole scrittore, raccontando con estrema dovizia di particolari le terre da lui esplorate e visitate.

 

Augusto Franzoj nasce a San Germano Vercellese il 2 ottobre 1848 da una famiglia di lunga tradizione nobiliare e notarile.

 

Allo scoppio della Terza Guerra di Indipendenza, nel giugno 1866, si arruola volontario.

 

Le sconfitte di Custoza, Lissa e l'armistizio di Cormons, gli provocano un forte risentimento nei confronti della classe politica dirigente.

 

Si avvicina alle idee repubblicane, viene arrestato e mandato in un battaglione di disciplina al confine francese e, successivamente, trasferito al forte di Rocca D'Anfo, a Gaeta e a Venezia.

 

Depresso e sopraffatto dallo sconforto tenta il suicidio sparandosi un colpo di pistola in pieno petto.

 

Scarcerato, viene mandato a Torino dove inizia a frequentare le squallide soffitte degli scapigliati e inizia la collaborazione con i giornali rivoluzionari e anti monarchici  La Gazzetta del Popolo, La Pulce e il Ficcanaso.

 

Nel 1872 nella tipografia di quest'ultimo giornale fanno irruzione cinque ufficiali e malmenano un tipografo.

 

Franzoj li raggiunge alla birreria Prussia e li sfida a duello. Vince tutti e cinque i match letali e scappa in Svizzera, poi in Belgio e in Spagna.

 

La sua attenzione si rivolge al continente africano, alle gesta dei famosi esploratori che popolano le cronache del tempo. 

 

Nel 1882 parte per l'Etiopia con il nobile proposito di restituire ai famigliari di Chiarini (esploratore italiano morto in quelle terre d'Africa)  le sue spoglie.

Parte senza nessun patrocinio, senza l'appoggio di nessun governo. Si addentra nei selvaggi territori interni dell'Etiopia. Scrive due meravigliosi libri, un misto di cronaca, saggio, aforisma colorato: Continente Nero e Aure africane.

 

Torna in Italia, va a Chieti dalla famiglia del Chiarini. Il sindaco gli conferisce la cittadinanza onoraria. Poi è a Torino, infine a Vercelli, dove viene accolto come un grande eroe. Giornalisti, letterati e intellettuali iniziano ad interessarsi alla sua figura.

 

Incapace di rimanere fermo, tenta una seconda spedizione africana passando per Aden, Gibuti e Massaua (dove viene espulso dal comando militare italiano per le sue idee e i comportamenti troppo “libertari”).

 

Dopo un breve soggiorno italiano, intraprende un viaggio in Brasile e in Argentina, si addentra nell'Amazzonia e rientra in Italia stremato, febbricitante.

 

La stampa si interessa sempre meno di lui, il suo Diario in Amazzonia viene quasi ignorato.

 

Sfida ufficiali e nobili a duello quasi incapace di contenere la sua irascibilità e la sua inquietudine.

 

Sogna continenti misteriosi, luoghi caldi e sconosciuti, passeggia nervoso per le zone del Monferrato, dove si è trasferito con la moglie e un figlio piccolo.

 

La sua stella si sta spegnendo, ma nonostante tutto Franzoj continua a cercare nuove pulsioni.

 

Aderisce al Partito Socialista, ma senza prenderne la tessera (dichiara infatti: “non sono schiavo di nessuno, nemmeno della libertà”) e partecipa alle agitazioni sociali del primo Novecento.

 

Accasciato da un'artrite deformante, ossessionato dall'idea di non aver saputo cogliere in pieno il senso di libertà e di pacificazione interiore, il 13 aprile 1911 sale su un colle vicino a San Mauro Torinese.

 

Con estrema lucidità appoggia la canna di due rivoltelle alle tempie e spara contemporaneamente.

 

Anticipa così, ad un solo mese di distanza, il gesto estremo di Emilio Salgari, il grande scrittore di romanzi d'avventura, che si era fortemente ispirato ai viaggi di Franzoj per scrivere i suoi libri. 




http://www.ilreporter.com/articolo.aspx?LANG=ITA&IDCAT=2&IDART=483&PAGE=2




postato da: LorenzoMazzoni alle ore 10:44 | link | commenti (8)
categorie:
mercoledì, 19 dicembre 2007

Nero ferrarese

VENERDI 21 DICEMBRE ORE 18.30, Libreria La Carmelina (Via del Carmelino, 2 - Ferrara)

Presentazione del libro NERO FERRARESE (Edizioni La Carmelina), testo di LORENZO MAZZONI, disegni di ANDREA AMADUCCI


dal comunicato stampa:

"Una serie di efferati omicidi scuote la tranquilla città estense. Inquietanti rivendicazioni firmate Spontaneisti Armati Combattenti vengono recapitate nelle redazioni dei quotidiani locali. Sarà compito dell'ispettore Pietro Malatesta, ex ultra della Spal, adesso pigro poliziotto della sezione investigativa di Ferrara, scoprire chi si cela dietro la sigla degli Spontaneisti. Fra pseudo nazisti, integralisti nostrani, gare clandestine di auto, modelle di riviste pornografiche, studenti annoiati, Malatesta si muoverà alla cieca, cercando di risolvere il caso. E' questa la trama di Nero ferrarese, romanzo edito da Edizioni La Carmelina,  ultima fatica dello scrittore Lorenzo Mazzoni (già autore de "Il requiem di Valle Secca" e  di "Ost. Il banchetto degli scarafaggi"). Un testo nerissimo, grottesco e divertente, accompagnato magistralmente dai disegni di grande effetto di Andrea Amaducci, pittore con all'attivo molte mostre personali sia in Italia che all'estero. I due autori presenteranno il libro, in anteprima assoluta, venerdì 21 dicembre alle ore 18.30 alla Libreria la Carmelina (Via del Carmelino, 2 – Ferrara). Introdurrà la serata Marco Felloni, editore de Edizioni La Carmelina. Modererà e chiacchiererà con Mazzoni e Amaducci, Stefania Andreotti, collaboratrice giornalistica. Durante l'incontro verrà presentato e venduto in esclusiva il romanzo".


http://www.lacarmelina.com/
postato da: LorenzoMazzoni alle ore 12:41 | link | commenti (10)
categorie:
venerdì, 14 dicembre 2007

Pol Pot Mercedes Benz

http://cache.eb.com/eb/image?id=61242&rendTypeId=4


Tra gli oggetti messi all'asta su eBay, c'è una Mercedes limousine. Fin qui nulla di strano: eBay è pieno di inserzioni di questo tipo. La cosa curiosa è che la macchina sarebbe appartenuta a pol Pot, lo storico leader dei khmer rossi al potere in Cambogia fra il 1975 e il 1979.

 

“All'asta”, si legge nell'annuncio pubblicato su eBay “una classica Mercedes Benz Limousine del 1973, in precedenza utilizzata da Pol Pot, che guidò i khmer rossi durante il regime di genocidio in Cambogia”.

 

Pol Pot fu fra i fondatori del Partito Rivoluzionario del Popolo Khmer. Alla fine degli anni '60 iniziò una sollevazione armata contro il governo.

 

Nell'aprile del 1975 i khmer rossi presero Phnom Penh. Pol Pot venne nominato Primo Ministro e iniziò a implementare delle radicali riforme. Pensava che l'unica via al comunismo fosse ripartire da zero. Zero educazione, zero insegnanti, scienziati, ingegneri. In pratica zero tutto.

 

La proprietà venne collettivizzata e l'educazione venne tenuta in scuole comuni. Ma le riforme non si fermarono a tali meritevoli cambiamenti: migliaia di cambogiani vennero uccisi, mentre Phnom Penh veniva trasformata in una città fantasma dove si moriva di fame, malattie o perchè giustiziati.

 

Il numero di vittime causate dalla follia sterminatrice dei khmer rossi è conteso. Le stime variano da 700.000 a 1.700.000 di persone.

 

Oggi, dopo più di vent'anni da quegli orrori, il nome di Pol pot ritorna su un'asta online. “Fratello numero 1” possedeva una limousine.

 

Il proprietario dell'automobile si chiama Paul Freer ed è un banchiere britannico che si è trasferito dalla Cambogia al Laos l'anno scorso. Il presso di partenza dell'asta è di 71.999 dollari (49.915 euro).

 

Ma a chi potrà interessare acquistare la macchina di uno dei più grandi criminali della storia?


articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter"

copyright by Lorenzo Mazzoni


postato da: LorenzoMazzoni alle ore 18:41 | link | commenti (16)
categorie:
lunedì, 10 dicembre 2007

DEUTSCHE DEMOKRATISCHE REPUBLIK

http://people.carleton.edu/~pcamill/slides/europe%2030%20mid/IMG_1678.JPG
postato da: LorenzoMazzoni alle ore 21:31 | link | commenti (9)
categorie:
martedì, 04 dicembre 2007

Hanno bisogno di noi


Ricreazione © 2007 Francesco Montefusco


Riporto l'ottimo articolo di Andrea Lessona, direttore de "il reporter" , sui bimbi del villaggio di Bassi e Zanga, in Burkina Faso. Spero che qualche lettore risponda all'appello.


Un Barrage per Bassi e Zanga (di Andrea Lessona)

Questi bimbi hanno bisogno di noi. Aiutiamoli.

 

Vivono in Burkina Faso, nel villaggio di Bassi e Zanga. Per loro l’acqua non è solo un bene prezioso, ma è sopravvivenza, speranza, futuro.

 

Durante la maggior parte dell’anno, il sole dell’Africa secca i campi di coltivazione e brucia l’erba per il pascolo. Poi, improvviso, il cielo si copre di nuvole: e la pioggia in poche ore cancella la siccità. Ma porta via tutto.

 

L’Organizzazione Umanitaria Bambini nel Deserto ONLUS sta raccogliendo fondi per costruire un barrage, uno sbarramento della lunghezza di circa 500 metri, con un’altezza massima di cinque, per fermare la corsa di un largo torrente stagionale.

 

La diga permetterà di avere un bacino la cui acqua potrà irrigare vasti appezzamenti di terreno e una canalizzazione che porterà a un grande abbeveratoio per gli animali.

Il progetto aiuterà a migliorare le condizioni di vita di oltre 4000 persone tra agricoltori e allevatori di bestiame.

 

“L’attività di Bnd – spiega a il reporter Luca Iotti, presidente della Onlus, – è quella di rendere migliore, attraverso azioni dirette e concrete, il futuro dei bambini del Sahara e del Sahel. Le attività principali vanno dalla consegna di materiale alla collaborazione nella realizzazione di strutture come pozzi, infermerie, scuole e cooperative”.

 

“Da un’esperienza di oltre sette anni – racconta ancora Iotti - nasce la consapevolezza che solo attraverso la fornitura di un elemento prezioso come l’acqua è possibile garantire una qualità di vita accettabile per le popolazioni africane”.

 

A Bassi e Zanga è già in funzione dal 2004 l’Ecole Primaire Tiziano Terzani finanziata dalla Provincia di Modena e dalla Casa Editrice Longanesi.

 

“Bnd ha dedicato la scuola al grande giornalista e scrittore italiano per aver saputo integrare all’interno della stessa struttura scolastica i bimbi di due etnie (Peul e Mossi) da sempre in contrasto tra loro”.

 

I primi sono dediti all’allevamento itinerante del bestiame, i secondi all’agricoltura. Da queste basi culturali e tradizionali agli antipodi, nasce l’eterna lotta tra l’individuo stanziale e il nomade.

 

“Grazie alla realizzazione di un luogo comune, la scuola, e un linguaggio unico, il francese, prima i bambini e oggi gli adulti stanno sviluppando una reciproca conoscenza. Vera e unica base di integrazione pacifica”, conclude il presidente della Onlus.

 

A Tiziano Terzani, interprete di un messaggio universale di pace, cui il reporter è dedicato e si ispira, è stata intitolata questa scuola perché qui i valori vanno oltre la semplice alfabetizzazione di base.

 

Bambini nel Deserto cerca quindi fondi per completare un’opera idrica di cui beneficeranno entrambe le etnie nel territorio. Questo permetterà anche di interrompere il flusso migratorio della popolazione: ogni anno, infatti sono sempre più numerosi i giovani che lasciano la zona dove sono nati e cresciuti in cerca di lavoro nella capitale o all’estero.

 

Per realizzare la diga, Bnd ha già ricevuto contributi provenienti dai tanti amici di Bambini nel Deserto. Ma ne servono ancora per finire il barrage. Aggiungiamo anche il nostro, specificando all’inizio della causale, il reporter. In questo modo le donazioni saranno destinate al barrage.

 

Le offerte e i contributi sono fiscalmente deducibili, basta conservare la ricevuta del versamento. Ecco gli estremi:

 

Bambini nel Deserto ONLUS


cc 1500048 abi 1030 cab 12900 cin G


Agenzia Modena - Monte Dei Paschi di Siena


Causale: "il reporter - Erogazione liberale a favore della ONLUS Bambini nel Deserto"

 

Questi bimbi hanno bisogno di noi. Aiutiamoli.




http://www.ilreporter.com/articolo.aspx?LANG=ITA&IDCAT=2&IDART=400&PAGE=2

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 18:28 | link | commenti (3)
categorie:
lunedì, 03 dicembre 2007

La porta d'Africa (terza parte)


Sui tetti di Tangeri © 2007 Roberto Meschini


...L’odore dell’Africa nera è sempre più intenso. Dietro i recinti del porto, dietro le capanne della dogana, sempre più occhi clandestini scrutano il mare e il profilo della Spagna, a soli trentacinque minuti di traghetto, dall'altra parte dello stretto. Tangeri guarda e aspetta. Tangeri, città dai mille occhi.

 

L'aroma della tensione è palpabile, è nell'aria del porto. Dietro i casermoni industriali, fra i camion in sosta. Passi furtivi echeggiano nei parcheggi dello scarico merci. Le radio accese mascherano i movimenti dei clandestini. Qualcuno forse ce la farà, Qualcuno rimarrà nel limbo, per sempre.

 

Ma non tutti vogliono partire, qualcuno non ci ha mai provato, qualcuno si accontenta di quello che può ricavare dal battito pulsante della città. Abdul è uno di questi. E’ una specie di accompagnatore del KGB. Ci sorveglia. Quando usciamo dall’albergo lui dal balcone del cafè Fuentes ci vede e subito ci dice di salire a bere un cay oppure ci chiede cosa vogliamo vedere e si fa in quattro per portarci a vedere quello che in realtà vuole farci vedere lui.

 

Abdul è uno dei ragazzi del Petit Socco, della vecchia medina, disinteressato a quelle che vengono considerate le bellezze turistiche della città. Ci porta da un suo amico panettiere per farci osservare come viene cotto il pane, passeggiamo senza meta su e giù per le stradine ripide, dove Abdul chiacchiera con i passanti, ci presenta al suo insegnante di inglese, un vecchietto in galabbya con bastone che ci saluta con un dolce e sdentato sorriso silenzioso.

 

Abdul passa indistintamente dall’inglese, al francese, passando per lo spagnolo e l’italiano, parla veloce, gesticola con le mani, ci conduce attraverso sciami di bambini urlanti che reclamano regali e mance. Scendiamo a Bab el Bahr, la porta del mare, oltre l’arcata, con la scala che immette al porto. Immette al caos.

 

Risaliamo rue Ber Raisoul verso la Casbah, ripida e minacciosa, con l’ultimo tratto composta di scale e di decine di porte socchiuse, voci che sussurrano, radio che mormorano. 


 

Quando arriviamo al Dar el Makhzen, l’antico palazzo fatto costruire dal sultano Moulay Ismail, il liberatore della città dalle grinfie cristiane, il sole si scioglie nel mare, l’intera città vecchia, il porto e le acque dell’oceano diventano rosse e infuocate e i muezzin alle nostre spalle intonano la preghiera.

 

Abdul si scusa e si dirige verso la moschea. Ci lascia soli a rimirare il giorno che si addormenta sull’acqua. Dall'altra parte dello stretto l'Europa, la porta di cui nessuno possiede la chiave.

 

La coltivazione della canapa indiana (kif) è apparsa nel diciassettesimo secolo nella regione settentrionale del Rif, attorno a Ketama. Fino al undicesimo secolo l'uso del kif era limitato esclusivamente alle confraternite sufi. Con il protettorato francese in Marocco (1912), la regione del Rif viene attribuita agli spagnoli che lasciano prosperare liberamente la coltura del kif.

 

Nella parte francese, la coltivazione è proibita a partire dal 1932. All'indipendenza (1956) il divieto è esteso a tutto il Paese, ma la coltivazione del kif è di fatto tollerata, soprattutto nel Rif; per il potere è un modo per riequilibrare il suo disinteresse per una regione berbera da sempre particolarmente ostile al potere monarchico.

 

Gli abitanti di Tangeri si disinteressano dei dissapori fra gli abitanti del Rif e il governo, salgono sulle montagne con i bagagliai delle macchine vuoti e ritornano in città stracarichi di marijuana e hashish. Tangeri capitale marocchina del contrabbando e dello smercio di droga.

 

Al Cafè Fuentes si fuma liberamente. Gli anziani usano il sesbi, una pipa di legno dal fornello in terracotta, i giovani si limitano a rompere sigarette dalle marche occidentali e ad arrotolare grossi spinelli.

Tutti trafficano con il kif. Gli immigrati illegali in vista di un nuovo tentativo di fuga in Europa, Abdul e gli altri ragazzi del Petit Socco, il commerciante di tappeti, i caporali dell’immigrazione e del contrabbando umano. Il kif aleggia nell’aria, insieme all’odore dell’Africa nera e della povertà.

 

Abdul dice che nel Rif i montanari fanno respirare il fumo del kif ai bimbi raffreddati. I suoi amici ridono e bevono cay. L’africano immobile nell’angolo avanza all’ennesimo schiocco di dita, allunga sigarette a tutti, fa comparire listarelle di hashish sui palmi aperti.

 

Il muezzin canta il suo amore per Dio il Misericordioso, Abdul sputa il fumo in aria e cerca di convincerci a comprare un chilo di kif per duecento euro. Lo dice sorridendo, mentre la città diventa buia e misteriosa dopo l’ennesimo, immancabile tramonto infuocato.

 

Il geografo Ibn Battuta è nato qui nel 1304, è partito nel 1327 per la Mecca, ed è tornato dopo quindici anni, dopo aver viaggiato in Cina, in Russia e nell’Africa nera, fino a Timbuctù. Riha si chiama il libro dove racconta la peripezie dei suoi viaggi. Ibn Battuta era un uomo che non riusciva a stare fermo, doveva muoversi, conoscere.

 

Al Petit Socco nessuno ha sentito parlare di lui, lo hanno dimenticato, hanno ricacciato il miraggio del viaggio e della partenza in fondo alla gola. Non possono far altro che attendere il giorno, chiacchierare di affari e di commerci illeciti.

 

Nei vicoli, intanto, gli immigrati si rintanano nelle corti interne, cercano nell’ombra ispirazioni per sopravvivere un giorno ancora in questo limbo maleodorante e inquietantemente magnifico. Tangeri, nel bene e nel male, è una magia.


http://www.ilreporter.com/articolo.aspx?LANG=ITA&IDCAT=1&IDART=230&PAGE=1

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 14:23 | link | commenti (8)
categorie:
sabato, 01 dicembre 2007

La porta d'Africa (seconda parte)

http://farm1.static.flickr.com/101/288337729_2e82f7ddac.jpg



...L’unico aroma che si percepisce è quello dell’Africa, dell’Africa nera e illegale che qui, su questo spiazzo rettangolare, si mischia con l’aroma dei contrabbandieri, dei venditori ambulanti, dei perdigiorno e dei trafficanti di kif. I figli dell’Africa nera sono arrivati qui per compiere il grande balzo al di là dello stretto, molti di loro hanno perso lo slancio e vagano per la città vecchia, urlano, sussurrano, guardano e vedono tutto.

 

Poco importa se l’Unione Europea ha intensificato la collaborazione con il Marocco, dando addito alla polizia di Tangeri di inasprire i controlli e le sanzioni verso gli immigrati trovati senza documenti di soggiorno.

 

Nonostante il rischio di essere internati nei campi fuori città o di essere rispediti nel loro Paese d’origine, gli immigrati strisciano nei vicoli intorno al Petit Socco, stanno seduti ai bordi della piazza, accorrono, ad uno schiocco di dita di Abdul, per portargli le sigarette ed accendergliele, per consegnargli piccole listarelle di hashish, che poi lui scalda e fuma, guardando la lenta continua processione della piazza.

 

Jan Potocki, nel suo, Viaggio nell’Impero del Marocco compiuto nell’anno 1791, non parla molto di Tangeri. Rimane tre giorni, fa un’ultima luculliana cena a casa dell’Ambasciatore di Svezia nei sobborghi a sud della città e poi parte.

 

Nell’anno 1791 Tangeri è ancora piccola, insignificante, poco aperta ai traffici internazionali. Potocki arriva troppo presto. Cent’anni più tardi la città ha quadruplicato la sua popolazione, ci sono ebrei, mussulmani, tedeschi, spagnoli.

 

Camille Saint-Saëns, organista e compositore nazionalista francese, arriva proprio qui, al café Fuentes, che allora era anche una pensione per europei, dopo la sconfitta del 1871 della Francia contro i prussiani. Fonda la Société Nationale de Musique, proponendosi di esaltare i valori nazionali della musica francese.

Se la supremazia in campo politico-militare è tramontata, bisogna salvaguardarla sotto il profilo artistico-culturale. Saint-Saëns cerca di spiegare le sue teorie ai trafficanti europei che con lui animano la balconata del Fuentes, lo sussurra alle prostitute dagli occhi liquidi che alla notte si porta nella sua stanzetta spoglia, blatera di musica, astrologia ed esoterismo.

 

Si fa assorbire dalle mille parole con cui, intanto, la città si è nutrita, ingigantendosi in modo disordinato e bizzarro.

 

All’insaputa della gente che la vive, le grandi potenze europee, nel 1912, stipulano il Trattato di Protettorato, che assegna uno statuto particolare alla città: neutralità politica e militare, totale liberismo economico e amministrazione internazionale.

 

L’economia esplode, vengono costruite banche, società anonime, società d’investimenti, hotel, ristoranti di lusso. Il fenomeno della prostituzione e dello spaccio di droga aumenta.

 

Nonostante la chiusura della città a seguito dell’occupazione delle truppe franchiste, Tangeri cresce, i traffici si fanno sempre più grossi, gli intellettuali e gli agenti segreti arrivano con aerei provenienti dall’America. Le spie dell’est e dell’ovest si rincorrono per i vicoli della Casbah, la Beat Generation si fa fotografare al gran completo sul litorale di Marinasmir.

 

Con l’indipendenza del Marocco le cose cambiano. Re Hassan II, succeduto al padre, Mohammed V, nel 1961, abolisce i privilegi fiscali concessi per più di cinquant’anni alla città. Il nuovo re odia Tangeri, la considera una città maledetta, infestata da spacciatori, prostitute e da infedeli. La porta d’Europa viene lasciata al suo destino.

 

L’odore dell’Africa nera si fa sempre più forte, dietro i recinti del porto, dietro le capanne della dogana, sempre più occhi clandestini scrutano il mare e il profilo della Spagna, a soli trentacinque minuti di traghetto...


(continua)



http://www.ilreporter.com/articolo.aspx?LANG=ITA&IDCAT=1&IDART=222&PAGE=1


postato da: LorenzoMazzoni alle ore 13:47 | link | commenti (3)
categorie: