Tangeri, Pensione Palace © 2007 Tommy Graziani
Sul traghetto della compagnia marittima Balearia gli emigranti che tornano a casa invadono il lungo pontile. Parlano forte, animatamente. Sono tutti uomini. Le donne, invece, siedono in coperta, e non parlano. I marmocchi corrono e gridano. La giornata è molto calda.
Oltre agli emigranti marocchini qualche famiglia spagnola, comitive di tedeschi di mezz’età, due svedesi a petto nudo a prendere il sole. Al porto di Tangeri, dopo aver sbrigato le formalità doganali, tutti i nostri compagni di traversata scompaiono.
Chi parte direttamente per il sud, chi per la costa atlantica, chi per le città imperiali, chi per un alloggio nella parte moderna della città, sul lungomare Mohammed VI, puntellato dagli alberghi di lusso e dai casinò sfavillanti.
Noi non possiamo scegliere, perché dopo due minuti dal timbro dei passaporti, Abdul è già diventato la nostra guida. Abdul ha scelto per noi: Pensione Palace, nel cuore del Petit Socco, un unico letto matrimoniale, una colonna di formiche giganti fra la finestra e il lavandino incrostato, la meravigliosa vista delle terrazze coi panni stesi.
Non siamo potuti rimanere a rimirare il nostro nuovo alloggio perché Abdul ci ha infilato dolcetti in bocca, ci ha condotti per stradine impervie e piene di gente, ha salutato migliaia di conoscenti e ci ha riportato indietro, sulla piazza del Petit Socco e, con un sorriso, ci ha invitato a bere qualcosa sulla terrazza del Cafè Fuentes.
Nella sala grande gli avventori, per lo più anziani, guardano una partita di calcio alla televisione. Sul balcone stretto qualcuno gioca a dama. I più osservano il flusso della piazza, la gente che passa di sotto.
Al Petit Socco (suk, in spagnolo, retaggio dell’occupazione degli sgherri di Franco durante il secondo conflitto mondiale o forse di quell’orizzonte che si chiama Europa e in primis Spagna, primo Paese dall’altra parte dello stretto) non ci sono più le spie internazionali con i loro profumi raffinati, non c’è più odore della poesia di Kerouac o dei romanzi allucinati di Borroughs...
(continua)
http://www.ilreporter.com/articolo.aspx?LANG=ITA&IDCAT=1&IDART=222&PAGE=1

A'dam (il termine abbreviato usato dagli olandesi) è giovane, frizzante. Negli ultimi anni l'ho abitata, vissuta, girata in lungo e in largo. Sono stato nella città olandese almeno dieci volte, per periodi dalle due settimane al mese, ai due mesi, un'estate: Amsterdam è una città assurda.
Una volta al Paradise, fra i murales raffiguranti Bob Marley e le candele accese, un caraibico malandato, dopo avermi visto scrivere qualcosa al mio tavolino, si è alzato dal suo angolo, mi ha raggiunto e mi ha chiesto se ero un pittore. Quando gli ho risposto di no lui ha sorriso, mi ha offerto un'arachide e se n'è andato.
Un'altra volta, nel quartiere a Luci Rosse, verso le due del mattino, sono stato affrontato dalla truppa dei rottami capeggiata dal “grande vomitatore” che sembrava un po' Ginsberg e un po' Marx; aveva un telefono rosa in mano; “comunico con la regina”, mi ha detto mentre passavo in mezzo al nugolo dei diseredati.
Ho visto un busker guardare un'insistente pioggia cadere sul suo cappello delle offerte vuote, sui suoi vestiti da poco prezzo, sulla sua vecchia chitarra. Il busker ha rivolto lo sguardo al cielo nero e nuvoloso e ha iniziato a cantare “sunshine”, una specie di preghiera. Lo ha fatto con un sorriso.
Ad A'dam ho conosciuto una ragazza francese che girava con un alano. Uscivo dall'Abraxas coffee-shop, dietro a Paleisstraat e lei, col suo vestitino hippie e le collanine, mi ha chiesto se conoscevo un buon posto per bere cioccolata in tazza. Aveva una coppia di Liberation sotto il braccio. L'alano trotterellava a qualche passo da noi, libero, senza guinzaglio.
Amsterdam è un luogo ordinato e bizzarro.
Il suo nome significa “Diga sul fiume Amstel”. Grande centro finanziario, è anche un notevole polo industriale. Fondamentali, sono le attività legate al porto, il secondo del paese dopo Rotterdam. Il Noordzww Kanaal esistente fin dal 1600, ne fa un importante sbocco delle merci provenienti dalla Ruhr.
Le sue case costruite su palafitte, i canali, il ritmo lento, i bellissimi palazzi costruiti nella sua epoca d'oro, tra il 1580 e il 1700 grazie al commercio della seta, delle spezie e degli schiavi. Il suo impianto urbanistico conserva ancora quello del progetto di ampliamento del 1612.
Amsterdam è una città molto tollerante (le coppie omosessuali possono sposarsi, la prostituzione è regolamentata, le droghe leggere sono legalizzate), cosmopolita (sono rappresentate almeno 145 nazionalità) e vanta un gran numero di musei, gallerie e manifestazioni culturali.
Lo standard di vita è alto, l'aria respirabile, il traffico sotto controllo. Casomai, bisogna stare attenti alle biciclette: soltanto nella capitale ne circolano almeno 600 mila e ci sono oltre
Negli anni '60, il movimento dei Provos (uno dei gruppi più dinamici e creativi del '68 globale) esaltò i benefici ecologici e logistici di questo mezzo di locomozione mettendo a disposizione di tutti centinaia di bici bianche da usare e lasciare sul posto.
Il risultato di questo intreccio multirazziale e multi religioso si traduce in una attività culturale ricchissima, con manifestazioni di ogni genere, durante tutto il corso dell'anno, e con più di 48 musei, alcuni di livello e fama mondiale.
Basta fare un giro nello "storico" Jordaan. Una volta era il quartiere operaio, oggi è pieno di atelier, ristoranti creativi, bar alla moda, oppure Westerpark e Westergasfabriek, un complesso di ex fabbriche edificate nel 1885 trasformato in un centro culturale.
E poi ci sono i coffee-shop, locali dove è possibile acquistare e consumare le diverse varietà di droghe leggere, ricevendo anche consigli dai venditori. Nella maggior parte dei coffee-shop è vietato servire bevande alcoliche.
Negli ultimi anni i governi olandesi hanno attuato una serie di limitazioni a queste attività commerciali. Negli anni '90 i coffee shop in Amsterdam erano circa 600; nel 2007 il loro numero si è ridotto a 200.
Ma A'dam è anche quartieri residenziali, isolati lontani dai flussi turistici, dalle bande di turisti de-responsabilizzati che vanno ad osservare le prostitute in vetrina o a dare una veloce occhiata al Museo Van Gogh.
Il quartiere Zeeburg, per esempio, dove la maggioranza della popolazione viene dall'Indonesia o dal Suriname, è un luogo splendido e tranquillo dove entrare in contatto con le mille culture di Amsterdam. Le finestre delle case non hanno le tende e permettono di curiosare nei begli interni delle abitazioni. Gli alberi costeggiano il viale che porta al Flevopark, un parco immenso e bellissimo con le anatre e le oche.
In un lembo di terra collegato alla città grazie ad un ponte sorge lo Zeeburg Camping, il campeggio più liberale della città. Tacchini e capre girano per il prato. Nella casetta di legno si gioca a biliardo, si leggono i libri della vasta biblioteca, si fumano gli acquisti della mattina.
Nelle strade intorno a Polderwerg i chioschi dove si preparano bamki goreng, lemper, nasi goreng e altre specialità degli esuli indonesiani trasudano di mille odori speziati. Dei gabbiani volano in cielo. Un uomo mi chiede se sono mai stato su un tetto di Amsterdam. Gli dico di no. Per un euro mi propone di salire sul tetto di casa sua e dare un'occhiata in giro.
Sorrido. Lo seguo.
Amsterdam, città strana.
apparso sul quotidiano on-line "il reporter" con il titolo "Amsterdam, la bella".
www.ilreporter.com

Saigon, città dell’oblio, dove le donne acquistano di prezzo, dove le puttane guadagnano più dei dottori, dove nei grandi alberghi alloggiano i generali con i loro seguiti imponenti.
Saigon, con i viali alberati, le baracche che la circondano, in un’ingiusta e nauseabonda giungla urbana.
Saigon, città dell’oblio, dove la mafia francese va a braccetto con le società segrete cinesi per un controllo totale della notte, dove si sopravvive a suon di tangenti per il corrotto governo di Thieu.
Saigon, città dell’oblio, con i bar affollati di marines e di armi automatiche. Le sigarette all’oppio, le salette per i massaggi, le massaggiatrici adolescenti, i bagni turchi, l’LSD, le luci ultraviolette, il whisky invecchiato sette anni, i poster fluorescenti, i Doors a tutto volume, l’onnipresente mama San, i suoi occhi da ruffiana senza cuore, gli spacciatori sulla Tu Do, i pornoshop, i venditori di foto oscene, gli hamburger, i frullati alla banana, il cioccolato, le patatine fritte, la lacca per capelli, i dock di Canh Hoi, l’aria impregnata di marijuana, le stanze che rimbombano al ritmo di All Along The Watchtower, le stanze a vapore, le stanze umide sul retro, le stanze economiche, le ragazze in minigonna, le ragazze khmer dalla pelle bruna, i disertori, i fuorilegge, i matti, i contrabbandieri, i disperati, le moto da cinquanta cc, le Honda, le Suzuki, le Yamaha.
Saigon, città dell’oblio, mercato di denaro, di donne, di potere, di armi, di droga.
Saigon, mercato orientale di segreti. Baluardo dorato dell’Impero, oasi sovraffollata di paranoie guerriere, di soldatini affamati di vita, ansiosi di strappare qualche ora di follia alle principesse della notte.
Saigon, città dell’oblio. Traffico di armi, soffiate, esplosioni in pieno centro, biciclette rotte. Mondo torbido e complesso di informazioni e bestemmie, strade sature di pettegolezzi e bugie, angosce, panico, auto abbandonate, sciacalli, il presidente Big Minh, insediato da quarantotto ore che annuncia la sconfitta alla radio. Saigon, città dell’oblio, dove la gente parla sottovoce, dove i poliziotti si sbarazzano della propria divisa, dove la folla si mescola ai giovani soldati venuti dal nord, dove i trafficanti del mercato nero vendono le loro ultime mercanzie prima di fuggire insieme ai soldatini corrotti verso l’ambasciata a stelle e strisce. Saigon, città dell’oblio, città che non esiste più. Alle 12.15 il cancello viene sfondato da un carro armato. Un gruppo di genieri corre verso la scalinata d’entrata. Il primo tiene alta sopra la testa la bandiera del Nord Vietnam. Pochi minuti e la stessa bandiera sventola all’ultimo piano del palazzo. Saigon, città dell’oblio, muore. Diventa Ho Chi Minh Ville. E’ il 30 aprile 1975. E oggi, ventisette anni dopo questi momenti, Ho Chi Minh Ville continua ad espandersi, a rigenerarsi e a ricrearsi. E' impregnata di confusione e vivacità ed è impossibile sottrarsi a questa energia contagiosa. L'esotico e l'abbandono, Pham Ngu Lao e il mercato coperto di Ban Thanh, il Museo dei Crimini di Guerra Americani, il Palazo della Riunificazione, la pagoda di Giac Lam, il parco di Cong Vien Van Hoa e gli squisiti tagliolini del Binh Soup Shop. Ho Chi Minh, città vitale, pulsa di mille energie. Immersi negli aromi dei chioschi all'aperto e delle grandi orchidee del vivaio nel distretto di Thu Duc. Aggrediti dai tubi di scarico dei motorini. Ammaliati dall'armonia e dalla dignità che si può osservare ad ogni angolo di strada, anche nella grande bidonville che costeggia il fiume o nei bassifondi di Cholon.
apparso sul quotidiano on-line "il reporter" con il titolo "Saigon, città dell'oblio", 8/11/2007
http://www.ilreporter.com/articolo.aspx?LANG=ITA&IDCAT=1&IDART=258&PAGE=2
Ho cambiato computer, o meglio, ho sempre il mio vecchio e indistruttibile Macintosh, diciamo che l'ho connesso... prima usavo un altro apparecchio per scrivere i post.
Il cambiamento ha creato caos. Non riesco più ad impaginare i post, a copiare i miei articoli, a girare i flyer delle presentazioni dei libri.
Spero di risolvere il problema.
Se non ci riesco scappo.
Lorenzo