Lorenzo Mazzoni

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Nome: Lorenzo Mazzoni
Nato a Ferrara nel 1974. Ho pubblicato i romanzi "Un tango per Victor" (La Carmelina Edizioni, 2008), "Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda" (Robin Edizioni, 2008), "Nero ferrarese" (disegni di Andrea Amaducci - La Carmelina Edizioni, 2007), "Ost, il banchetto degli scarafaggi" (Edizioni Melquìades, 2007), "Il requiem di Valle Secca" (Tracce, 2006), e gli e-book "Il sole sorge sul Vietnam", "Mekong Blues" (fotografie di Tommy Graziani), "Le bestie" e "Privilegi" (Edizioni Kult Virtual Press, 2005-07). Viaggio, ascolto, giro in bicicletta.

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martedì, 31 luglio 2007

In memoria di Michelangelo Antonioni

Con Michelangelo Antonioni - morto ieri sera nella sua abitazione nella capitale, a 94 anni, assistito fino all'ultimo dalla moglie Enrica Fico - non se ne va solo uno dei grandi vecchi del cinema italiano e internazionale, amato e celebrato in tutto il mondo, come dimostra l'Oscar alla carriera ricevuto nel 1995. Con lui scompare anche uno stile davvero unico, all'interno della settima arte: quello di un regista che ha sempre fatto dell'occhio - quello della cinepresa, spesso apparentemente impassibile, e quella dell'autore che silenzionsamente la muove - il centro della sua visione poetica. In cui emergono l'incomunicabilità tra le persone, l'insufficienza delle parole, la solitudine. E poi, per contrasto, il potere dello sguardo, la perfezione dell'immagine.

Un modo di concepire, realizzare e "vedere" i film creata non solo con intenti estetizzanti, ma anche per far venire fuori, senza inutile retorica, l'interiorità e la psicologia dei personaggi. Con un tratto così particolare, e così coerente, da rendere vani i pur numerosi tentativi di imitazione. E senz'altro più adatto a una fruizione critica, o cinefila, che al grande pubblico. Una singolarità che Antonioni - autore di tanti e a volte controversi capolavori, a cominciare dagli eterni cult Blow up e L'avventura - ha tenuto ferma fino alla fine. A dispetto della malattia che negli ultimi anni gli ha impedito di parlare, ma non di comunicare attraverso le sue opere.

Michelangelo Antonioni   

Classe 1912, ferrarese, una laurea a Bologna in Economia e commercio, Antonioni si accosta al cinema attraverso l'attività di critico per i giornali. Poi il trasferimento a Roma, dove frequenta il Centro sperimentale di cinematografia. Collaborando con autori del calibro di Roberto Rossellini. Ma è nella sua terra d'origine che realizza il suo primo documentario, il cui titolo dice già tutto: Gente del Po, anno 1947.

In quello stesso periodo, lavora anche come sceneggiatore, in pellicole importanti: Caccia tragica, di Giuseppe De Santis (1946), Lo sceicco bianco di Federico Fellini (1952). Il primo film che porta interamente la sua firma è Cronaca di un amore. Un'opera prima, ma già molto personale nei temi e nello stile: uno spunto quasi giallo, personaggi borghesi indagati nei loro moventi psicologici, una certa asciutezza. A questo esperimento, riuscito, seguono poi I vinti (1952) sulla crisi della gioventù europea; La signora senza camelia (1953), ambientato proprio nel mondo del cinema; Le amiche (1955) e Il grido (1956).

Ed è alla fine degli anni Cinquanta che arriva il suo primo, vero capolavoro, il film che molti cinefili, ancora oggi, considerano il suo migliore: L'avventura (1959). Pellicola così diversa dalle altre, così particolare, così raffinata, da suscitare, nella sua passerella a Cannes, reazioni assai contrastanti: forse per la lentezza, per il suo affidarsi alle immagini e agli sguardi, senza badare al ritmo. E che ha tra i protagonisti Monica Vitti, suo amore e sua Musa in questa fase della carriera.

E infatti, dopo L'Avventura, arrivano La notte (1960) e L'eclisse (1962), sempre con la Vitti. Così come Deserto rosso, anno 1964: il primo film in cui Antonioni accetta la sfida del colore, dopo tante produzioni in bianco e nero, e che gli vale il primo Leone d'Oro della Mostra di Venezia (il secondo, alla carriera, è del 1983). Ma il regista non si riposa sugli allori, anzi, allarga i suoi orizzonti anche all'estero: il suo eterno capolavoro Blow up (1966), ambientato in Inghilterra, vince la Palma d'oro al Festival di Cannes. Poco dopo, nel 1970, la sua quasi muta indagine sull'animo umano sbarca in America, con Zabriskie Point (1970). Gli Usa della contestazione giovanile e della musica rock (celebre la scena finale dell'esplosione, con musica dei Pink Floyd). Pochi anni più tardi, nuova pietra miliare: Professione reporter con Maria Schneider e Jack Nicholson (1975). E ancora, nel 1982, Identificazione di una donna. In cui, sulla falsariga di quanto già fatto da Federico Fellini con altri personaggi cinematografici giudicati di serie B, sdogana come interprete di serie A Tomas Milian, alias lo sbirro Monnezza.

A questo punto, il silenzio. Dovuto alla malattia che lo colpisce, che paralizza parte delle sue capacità comunicative. Ma il cinema - il suo cinema, così centrato sullo sguardo e così poco sulle parole o sui gesti frenetici - è più forte del male. E così, nel 1995, il maestro torna sul set, per girare, insieme all'amico e ammiratore Win Wenders, Al di là delle nuvole. E nel 2002, l'ultimo sforzo compiuto: l'episodio Il filo pericoloso delle cose, nell'ambito nel film a episodi Eros. Gli altri autori sono Wong Kar Wai, Steven Sederbergh, due cineasti più giovani di lui che sicuramente hanno assimilato la sua lezione. La pellicola partecipa alla Mostra di Venezia. L'ultima, girata da questo Grande del cinema.

E adesso - nello stesso giorno in cui si spegne un altro gigante, Ingmar Bergman - la fine: serena, in casa sua, accanto alla moglie. Dopodomani, nella sua Ferrara, i funerali.

http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/spettacoli_e_cultura/morto-antonioni/morto-antonioni/morto-antonioni.html

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 16:08 | link | commenti (26)
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lunedì, 23 luglio 2007

Roma Termini, racconto inedito

 

Berto Buzzoni scese dall’autobus e salutò con un cenno del capo l’autista. Trascinando la sua vecchia valigia, si diresse lentamente verso la stazione. L’atrio puzzava di sigaretta spenta, di cane bagnato, di tristezza. Guardò l’enorme orologio rotondo sopra la biglietteria. Segnava le 14.40: era in anticipo di venti minuti.
Intorno a lui ciondolavano giovani magrebini dalla voce alta, perdigiorno locali, poliziotti sciatti e annoiati, pakistani, studenti vestiti con abiti di taglie troppo grandi.
Berto, disorientato, si diresse verso la fila della biglietteria numero 2 e si rivolse ad una grassa signora bionda.
-signora, mi scusi il disturbo. Potrebbe cortesemente dirmi se qui posso acquistare il biglietto per Roma?-
La donna rispose qualcosa in una lingua straniera piena di consonanti e di h. Sopraggiunse una sua amica. Insieme osservarono Berto e scoppiarono a ridere.
-…per Roma?- ripeté Berto, imbarazzato.
Le due donne lo ignorarono e se ne andarono.
Berto decise di tentare e si trovò faccia a faccia con il bigliettaio. Un ometto calvo e con le guance cadenti lo osservava con aria indisponente e stanca.
-Buongiorno. Mi chiamo Berto Buzzoni e mia figlia dovrebbe aver prenotato un posto per me sull’Eurostar delle 15 diretto a Roma. Dovrei acquistarlo- disse allungando una banconota nella fessura.
Il bigliettaio bestemmiò. Berto pensò di non essere stato abbastanza chiaro, ma poi lo vide dare un pugno al computer e lo sentì borbottare ‘dannato terminale…’.
-ci muoviamo?!?- disse una voce alla sue spalle.
-mi scusi… mi scusi…- sussurrò Berto impacciato. Dopo cinque minuti durati un’eternità di borbottii, il bigliettaio gli diede il sospirato biglietto e il resto. Berto, cercando di mettere le monete più in fretta possibile nel borsellino, fece cadere qualche centesimo. Una ragazza di colore li raccolse e glieli porse: aveva mille treccine e un sorriso solare.
Berto la ringraziò e si diresse al binario 1. Pensò che la stazione di Ferrara era un luogo insolitamente pieno di razze.
 
Davanti alla breccia, drammatico testamento di un’inconcepibile follia dei primi anni ’80, Nicholas leggeva Asterix contro Cesare.
-allora hai capito?- continuava a ripetergli la mamma.
-sì mamma, ho capito…-
-cosa devi fare quando arrivi?-
-aspetto papà-
-e dove aspetti tuo padre, Nicholas?-
-lo aspetto sul binario dove si ferma il treno e tengo acceso il cellulare…-
-bravo- disse la mamma accarezzandogli i capelli.
La stazione di Bologna trasudava afa. Un barbone buttava briciole di pane ammuffito ai piccioni. La mamma prese Nicholas per un braccio e lo fece spostare. Il barbone li osservò per un secondo per poi dileguarsi in mezzo alla folla. Il cielo era blu. Due suore passarono bisbigliando qualcosa. La mamma di Nicholas aveva caldo. Aveva voglia di tornarsene a casa. La voce all’altoparlante annunciò:
-Eurostar 2314 delle 15.34 proveniente da Venezia e diretto a Reggio Calabria è in ritardo di venti minuti-
Nicholas non ci fece caso. Sua madre disse ‘oh Dio, no’. Orde di viaggiatori continuarono a passeggiare avanti e indietro.
 
Berto riuscì a trovare il suo posto dopo dieci minuti di viaggio. Non aveva ben capito come funzionava il sistema dei posti numerati. Si era seduto sulla poltroncina D 13 come era scritto sul biglietto ma era stato fatto alzare da una donna che la rivendicava risolutamente. Il controllore era intervenuto mentre un manager e una studentessa cercavano di aiutare Berto. Il posto 13 andava bene, gli spiegò il controllore, era la carrozza che era sbagliata. Sul biglietto era scritto posto D 13 carrozza 11 e quella era la carrozza 8. Berto pensò che viaggiare era difficilissimo. Lui non aveva tanta esperienza. L’unica volta in cui aveva lasciato Runco, il piccolo paese della Bassa ferrarese, era stato per andare ai funerali di Berlinguer. Lo avevano convinto gli amici con il sollecito non discutibile che era un dovere andarci. Gli era piaciuto quel viaggio. Avevano bevuto vino e giocato a carte. Nonostante la tristezza del momento, Berto ricordava quel viaggio con felicità.
Di fronte a lui una ragazza leggeva il quotidiano, un uomo in giacca digitava con velocità i tasti del suo cellulare. Berto si fece piccolo. Il treno correva velocissimo attraverso la pianura. Passò il fiume Reno e, improvvisamente, rallentò. Il treno si fermò fra la stazione di Galliera e il nulla. Berto cercò di tirare giù il finestrino. Si accorse dopo qualche istante che il finestrino non c’era. Un treno blindato! Pazzesco…
-la solita storia…- borbottò l’uomo con il cellulare.
Berto si asciugò il sudore dalla fronte. Il treno per Berlinguer, un locomotore senz’altro più lento di quell’efficentissimo mezzo ultramoderno, non si era mai fermato inutilmente in mezzo alla campagna.
 
-Nicholas? Hai il cellulare?-
-sì, mamma, eccolo- Nicholas mostrò alla mamma il suo piccolo telefono.
Il treno entrò alla stazione di Bologna. La mamma prese Nicholas per mano. Il treno si fermò con un cigolio lento e fastidioso. Nicholas salì. Portava con sé solo il fumetto degli indomabili Galli e uno zainetto.
La mamma fermò il controllore.
-mi scusi: potrebbe aiutarlo a trovare il suo posto?- disse.
-certo signora-
-Nicholas, qualè il tuo posto?-
-carrozza 11, posto D 15-
Il controllore rise.
-lo tenga d’occhio, la prego- disse la mamma.
-Nicholas, tu hai capito?-
-quando arrivo a Roma aspetto papà sul binario e tengo acceso il cellulare-
-bravo-
-andiamo- disse il controllore aprendo la porta dello scompartimento.
-ciao Nicholas-
-ciao mamma-
Nicholas scomparve dentro lo scompartimento.
-ti chiamo fra un po’!- urlò la mamma.
Nicholas continuò a camminare fra i seggiolini. Stava piangendo.
 
L’uomo col cellulare e la ragazza scesero a Bologna. Berto si trovò solo. La stazione era enorme. Le persone che camminavano erano talmente tante che davano alla testa. Il treno non perse troppo tempo: dopo qualche minuto ripartì, tagliando orribili caseggiati industriali, pezzi di terra storpiati dal catrame e dai rifiuti.
Berto si mise comodo sul suo seggiolino ed estrasse dalla giacca della tasca il depliant della casa di riposo. Glielo aveva spedito sua figlia qualche settimana prima. In copertina un viale alberato. Anziani che passeggiavano all’ombra.
-ecco il tuo posto- disse una voce.
Il controllore accompagnava un bambino sui dieci anni.
-grazie signore- disse il bambino sedendosi sulla poltrona di fronte a quella di Berto. 
-buongiorno- gli disse Berto.
-buongiorno signore- disse il bambino. Appoggiò lo zainetto sulla poltroncina libera e si mise a leggere un fumetto di Asterix. 
Il controllore se ne andò. Berto si guardò in giro. Non arrivava nessuno. Un bambino solo su un treno?
-lo conosco anche io Asterix, è un bel fumetto-
-mamma me lo ha comprato perché dice che adesso che andrò a vivere a Roma è bene che inizi a farmi una cultura- disse il bambino guardando in basso.
-la cultura è importante… io ero un maestro di scuola… una volta…-
Il bambino lo osservò timidamente poi tornò a guardare in basso.
-ma sei solo?- chiese Berto, a disagio.
-sì… mamma mi ha accompagnato alla stazione, lei dice che se faccio il bravo e l’ubbidiente posso arrivare a Roma senza problemi.… non è la prima volta che vado a Roma, mamma mi ha portato tre volte in treno e una volta in aereo-
-ti piace l’aereo?-
-sì. Mamma dice che l’aereo è efficiente. In poche ore l’estate scorsa sono andato con mamma a Ibiza e in inverno papà mi ha portato a Hurghada, in Egitto-
-i tuoi genitori ti hanno portato a visitare tanti posti… complimenti… e così vai a vivere a Roma-
-vado a vivere da mio papà perché mamma si deve trasferire a Londra per lavoro. A settembre inizierò la prima media a Roma-
Berto sorrise senza rispondere.
-e lei signore? Anche lei va a Roma?-
-sì, vado in una casa di riposo-
-ed è una bella casa?-
-mia figlia mi ha detto che c’è tanto verde… che ci si diverte…non so…- disse Berto dubbioso mostrando al bambino il depliant.
-anche a me la mia mamma mi ha detto che nella scuola nuova mi divertirò- disse il bambino sospirando.
-come ti chiami?- chiese Berto.
-Nicholas Giovanni Claudio Altieri Bistenghi-
-accipicchia! Che nome lungo!-
-la mamma mi ha detto che il mio nome dimostra l’impossibilità dei miei genitori di stare insieme. Nicholas l’ha scelto la mamma perché ama viaggiare e gli piacciono i nomi stranieri. Giovanni Claudio lo ha scelto il papà perché gli piaceva tanto Jean-Claude Van Damme ma non voleva darmi un altro nome straniero così l’ha tradotto. Altieri è il cognome della mia mamma, Bistenghi quello del mio papà. Li ho tenuti tutti e due perché la mia mamma e il mio papà mi hanno spiegato che è importante la parità dei diritti-
-caspita…- disse Berto.
-e lei signore… come si chiama?-
-io mi chiamo Berto, Berto Buzzoni-
Nicholas rise dolcemente. Il treno stava tagliando l’Appennino, sgusciava dentro gallerie buie, percorreva lunghi ponti sospesi.
 
Alla stazione di Firenze salì un ragazzo. Estrasse da una borsetta di plastica degli orsetti di peluche e dei bigliettini e li depose, con grazia, sui tavolini. Berto prese il bigliettino e lo lesse. Una piccola offerta per un sordo-muto.
-signore…- bisbigliò Nicholas con voce cospiratoria –signore lo metta giù… mia mamma mi ha detto che quelli lì sono dei farabutti… fingono di essere muti. La mia mamma dice che sono dei fannulloni che non hanno voglia di lavorare-
-ma a te piace questo orsetto?- chiese Berto prendendo in mano il peluche.
-sì… è carino- disse timidamente Nicholas.
-allora te lo voglio regalare-
Il presunto muto prese i soldi, ringraziò con un gesto del capo e scese dal treno.
Berto diede a Nicholas l’orsetto.
-magari ti aiuterà ad avere coraggio quando sarai a Roma-
 
Berto si appisolò con la faccia appoggiata contro il vetro. Sognò di essere su un treno che lo riportava a casa. Al suo paese. Alla sua quotidianità. Nel luogo dove tutti lo conoscevano.
Il cellulare di Nicholas squillò. Berto si svegliò stropicciandosi gli occhi.
-ciao mamma. Sì, tutto bene. Il controllore mi ha condotto al mio posto e adesso stavo leggendo Asterix…. quando arrivo a Roma aspetto papà sul binario e tengo acceso il cellulare… va bene… anche io… ciao mamma- Nicholas spense il cellulare e sospirò.
-qualcosa non va?- chiese Berto.
-no… niente- rispose Nicholas guardando fuori dal finestrino.
-non ti va di andare a Roma?-
-a lei signore va di andarci?-
Berto fece una smorfia. Pensò all’incantevole e diabolico viale alberato della casa di riposo. Pensò al recinto che avrebbe delimitato la sua libertà di movimento. Pensò alla campagna infinita intorno alla sua vecchia casa, la vecchia casa in cui era nato e aveva abitato per ottant’anni. Pensò alle partite di briscola al bar. Alle sue pacate e tranquille giornate passate…no, non aveva voglia di andare a Roma, stava solo assecondando le preoccupazioni e il quieto vivere altrui.
-Roma è molto grande…- disse infine.
-sì signore. È una città immensa- confermò Nicholas con gli occhi umidi.
 
I palazzi divennero sempre più alti. I balconi e le finestre si sostituirono agli alberi. Milioni di macchine salivano e scendevano da cavalcavia stellari. Sui muri delle case erano affissi cartelli pubblicitari.
-stiamo entrando a Roma- disse Nicholas.
-sì…dovremmo preparaci- disse Berto.
Il treno oltrepassò la stazione Tiburtina e si diresse verso Termini.
I passeggeri si stavano mettendo in coda lungo il corridoio.
Il treno rallentò sempre di più.
Berto guardò fuori. La pensilina era piena di gente. Vide sua figlia appoggiata alla colonna. Era ingrossata rispetto all’ultima volta. Fumava una sigaretta.
Nicholas vide suo padre giungere lungo il binario. La faccia abbronzata, gli occhiali da sole.
-non si alza signore?- chiese Nicholas guardando Berto.
-questo treno arriva a Reggio Calabria… non è vero?- chiese Berto. Aveva gli occhi trasparenti e lucidi.
-sì. Arriva fino a Reggio Calabria. Sullo stretto di Messina-
-deve essere bello il mare in Calabria- disse Berto.
Nicholas sorrise accarezzando l’orsetto di peluche.
Il treno ripartì da Roma Termini. Berto e Nicholas erano seduti uno di fronte all’altro.
copyright 2007 by LORENZO MAZZONI
postato da: LorenzoMazzoni alle ore 15:36 | link | commenti (32)
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venerdì, 20 luglio 2007

Marrakech

Le sue strade sono rosse. La sua polvere è rossa.

Rossa è l'alba. Rosso il tardo pomeriggio.

Metropoli regionale popolata da berberi Chleu, sahariani negri, tribù Rehamma, popolazioni del Dra e discendenti dei Mori andalusi.

In Rue El Ksour c'è un internet café: computer vecchi e impolverati appoggiati su tavoli traballanti. L'obeso proprietario vende acqua, carta igienica, cartoline ingiallite.

Dirimpetto all'esotico internet café c'è la macelleria, patria delle mosche di tutto l'Alto Atlante. La carne dissanguata strabocca dalle ceste di plastica.

Piazza Jemaa el Fna. L'enorme carosello della vita. Del caos. Seduti su una terrazza, mentre le luci intorno agli ambulanti si illuminano. Salgono gli aromi, le grida, gli inviti a mangiare del pesce o a bersi un'aranciata. Dall'alto la piazza si presenta come un'infernale girone dei golosi.

Il luogo più vivo della rossa Marakech significa 'assemblea dei morti' perchè un tempo vi esponevano le teste dei condannati.

Acrobati, cantastorie, comici, perdigiorno, incantatori di serpenti, maghi, musicisti, cavadenti, ristoratori ambulanti, danzatori Gnoaua originari delle oasi del sud animano questo largo spiazzo, creano un festival permanente di tradizione orale, un gigantesco bazar di berberi, sahariani e popoli dell'Africa nera.

Marrakech, città intrisa di magia.

Magici i suoi muri di terra riflessi di ruggine, di arancione, di rosa antico.

Magiche le sue imponenti mura di argilla battuta, le sue duecento torri quadrate.

Magica e palpabile la sua vasta medina. I souk.

Marrakech, borgata dedita agli scambi. Crocevia fra il nord e il sud.

Vassoi di rame, coperte, articoli di cuoio, armi arrugginite, monili, tappeti berberi chichaoua dal fondo rosso o ouaouzguit con ricchi ornamenti di motivi geometrici multicolori.

L'ambra grezza con il suo prezioso profumo, l'erba per curare il raffreddore, ali di corvo, pasta lunare, gomma arabica, scorpioni, scorza di noce per massaggiare e fortificare le gengive, sapone nero, erbe d'amore.

Recipienti per le tajines in terracotta, i panieri per la separazione del cuscus, alambicchi per distillare l'acqua di rose e i fiori d'arancio, ceste appuntite per conservare il pane, spiedini d'argento.

Il Ras el hanout, la testa della bottega. Potente stimolante legato al numero magico tredici. Tredici sono le spezie che lo compongono. Pepe lungo, pepe nero, pepe di Guinea, cardamomo, macis, cantartide, noce moscata, curcuma, zenzero grigio, zenzero bianco, frutto di frassino, bacche di belladonna e cumino.

Nei souk di Marrakech si sussurra che l'hascisc potrebbe sostituire la curcuma.

Marrakech, città dove tutto sembra immutabile.

Il tempo corre sotto le nostre parole. Camaleonti, henné, Ibn Battuta, spezie, sceriffi e venditori d'acqua. Parliamo veramente di tutto nei giorni che sembrano non finire mai e che si concludono in un soffio.

Marrakech. Siamo ancora qui. Un sorso lento di tè alla mente. Il giorno sta per morire. Si accendono i fuochi. Piazza Jemma el Fna si riempie.

Piazza Jemma el Fna, Marrakech (Tommy Graziani 2007)

             Foto di Tommy Graziani (copyright 2007 by Tommy Graziani)

 

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 10:57 | link | commenti (9)
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lunedì, 16 luglio 2007

DEUTSCHE DEMOKRATISCHE REPUBLIK

postato da: LorenzoMazzoni alle ore 07:38 | link | commenti (16)
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martedì, 10 luglio 2007

Quel nero giorno di febbraio (in memoria di Roberto Scialabba)

 

 

           apparso in forma ridotta con il titolo "Nero" su Catrame Rivista Letteraria

           (http://www.catrameletterario.com/presupposti.htm)

           

            Roma, 28 Febbraio 1978

 

 

            Chiara indossava una salopette di jeans e un maglione peruviano. Il volto era nascosto dall’ampia falda del suo cappello di bambù.

            Quando Nicola si avvicinò vide che la pelle era pallida, gli occhi spenti, opachi.

            -L’ho comprato in Thailandia.- disse, indicando con un dito il cappello.

            -Originale.- disse Nicola, accarezzandole affettuosamente una guancia.

            -Scusami se ti ho dato appuntamento qui invece che a casa mia, ma ero in giro per delle commissioni…-

            -Non c’è problema.- disse Nicola sorridendo –Chiacchiereremo passeggiando.-

            Uscirono da Villa Borghese e si incamminarono lentamente verso Piazza di Spagna. Nicola le offrì una sigaretta ma lei rifiutò con decisione:

            -A Bangkok sono riuscita a smettere. C’era già troppo smog in quella dannata città.-

            La giornata era fredda. Le nuvole, soffici e spumose, nuotavano in un cielo grigio.

            Scesero la scalinata. I turisti scattavano foto alla piazza, ai motorini, ai vigili urbani, alla fontanaccia, alle proprie mogli, ai propri figli, ai propri cani, ai cani randagi che oziavano, infreddoliti, lungo i gradini.

            -Scommetto che su un milione di foto che vengono scattate ogni giorno in Piazza di Spagna se ne salveranno sì e no due…- disse Chiara.

            -Vedo che a Bangkok hai perso anche l’ottimismo.- disse Nicola sorridendo.

            -No, quello l’ho perso quando sono tornata.- rispose semplicemente Chiara. C’era dell’astio nella sua voce.

            -Hai saputo?- chiese Nicola.

            -Sì, me lo ha detto Roberto quando mi è venuto a prendere all’Aeroporto ieri sera… tuo fratello è stato molto sintetico, come suo solito del resto: ‘ciao Amore, ben tornata. Questa mattina gli sbirri hanno sgomberato la casa in via Calpurnio Fiamma… c’era solo il vecchio Remo che dormiva. Lo hanno arrestato.’-

            -E’ andata così.-

            -E voi cosa fate?-

            -Non facciamo niente… per ora… forse un presidio domani, dopodomani…-

            -I soliti cazzoni.- sbuffò Chiara.-

            -I compagni thailandesi ti hanno irrigidito.- commentò Nicola.

            -Anche i compagni thailandesi sono dei cazzoni.- disse Chiara.

 

 

            Mikis.

            Mikis Mantakas.

            Non può dimenticare quel nome. Non può dimenticarlo oggi. Oggi è il suo anniversario. Tre anni sono passati. Tre anni e Franco se li ricorda bene.

            Il passamontagna di lana lo faceva sudare nonostante il freddo. Era stato fra i primi ad uscire dalla sezione di via Ottaviano per rispondere all’assalto dei rossi. Era corso senza paura con la sua spranga in mano quando aveva sentito partire il colpo. La testa di Mikis era esplosa davanti a lui. Aveva visto la materia celebrale schizzare sul muro e sul marciapiede. Quando ore dopo si era tolto il passamontagna aveva notato che era impregnato del sangue di Mikis. Aveva pianto e si era ripromesso che quel passamontagna macchiato del sangue del camerata greco sarebbe stato il suo talismano. Quante rapine, quanti assalti alle tane dei rossi con quel passamontagna. Nel nome di Mikis Mantakas di cui oggi, ricorre il suo anniversario.

            Franco si volta verso Massimo e Cristiano che scherzano a ridosso del laghetto. Alle sue spalle gli altri ragazzi fanno comunella davanti all’insegna del Bar Fungo. Le loro voci si alzano cacofoniche in cielo, tagliano come un bisturi il silenzio dell’EUR, assopito nella notte gelata. I camerati discutono se sia preferibile un cinema o la discoteca. Sembra non capiscano. Sembra che siano estranei a questa importante ricorrenza. Mikis. Camerata Mikis Mantakas.

            -Presente!- mormora Franco.

            Questa mattina è andato a deporre fiori in piazza Risorgimento, il luogo dell’assassinio, poi ha telefonato da una cabina di via Silla. Paolo è arrivato a bordo della sua Fiat 130 scassata dopo mezz’ora. Insieme hanno passato il pomeriggio a scorrazzare nel quartiere Portuense: tre rossi feriti e il tentativo di incendiare la porta della sede di Lotta Continua.

            All’ora di cena Franco si è reso conto che per commemorare il camerata assassinato quelle piccole azioni dimostrative non bastano.

            Si avvicina al gruppo di amici con aria seria.

            -Allora Franco,- chiede il Bianco con un sorriso –andiamo in discoteca?-

            -No.- risponde sesso Franco –Questa è la notte di Mikis. Questa sera bisogna sparare.-

            -Camerata Mikis Mantakas!- urla qualcuno del gruppo.

            Le braccia si levano tese nel cielo.

            -Presente!- rispondono in coro tutti gli altri.

            L’EUR viene percosso da un brivido freddo.

 

 

            Poco prima del tramonto, verso le cinque di sera, Chiara e Nicola entrarono nella casa della ragazza: un vasto appartamento in via del Governo Vecchio a cento metri da Piazza Navona e dai turisti che Chiara cercava continuamente di evitare.

            -Deve essere per colpa del mio lavoro.- disse porgendo una tazza di caffè a Nicola. Erano seduti nella camera da letto di Maria, una ragazza cilena che divideva la casa con Chiara. Ai muri erano appesi poster di Unidad Popular per le elezioni del 1973.

            -Mi sa che questa è l’ultima volta che accetto una situazione del genere. Preferisco fare voli intercontinentali senza sosta piuttosto che rimanere per un mese di fila in una città odiosa come Bangkok… tra l’altro i compagni tailandesi che mi aveva detto di contattare Walter si sono rivelati degli emeriti idioti… compagni! Non facevano altro che bere e adescare turisti occidentali…-

            -Dovresti saperlo che Walter alla coscienza politica preferisce stravizi e amanti esotici… ricordi il suo resoconto del viaggio in India?-

            Chiara sorrise.

            -Finalmente!- disse Nicola –Sei così bella quando sorridi.-

            -Tuo fratello è un ragazzo fortunato.- disse lei con civetteria, prese la tazza a due mani e se la portò alla bocca.

            -Mio fratello preferirebbe che tu rimanessi più tempo a Roma.-

            -Faccio la hostess Nicola, non il postino di quartiere.-

            Lui sorrise e si sdraiò sul tappeto.

            -E tu?- domandò Chiara.

            -Io cosa.-

            -Tuo fratello mi ha detto che parti.-

            -Sì, fra una settimana, vado in Marocco con Piero.-

            -Parti perché qui ti mancherà?-

            -Parto perché qui mi mancherebbe da impazzire.-

            -Ovunque ti mancherà, Nicola.-

            -Sì, forse sì…-

            -Beh…- concluse sbrigativamente Chiara –Troverai qualcun’altra, non muore mica nessuno, no?-

            -No, certo che no...-

            Il sole, fuori dalla lunga finestra, scese definitivamente. I lampioni illuminavano d’arancione i muri delle case.

 

 

            -E poi ci sono da vendicare Bigonzetti e Ciavatta! Io c’ero a via Acca Larentia! E’ stato uno schifo! Dobbiamo fargli pagare anche questa!- ringhia Giusvà.

            -Sì, Mikis, Bigonzetti, Ciavatta! Dobbiamo vendicarli tutti!- incalza Cristiano.

            -Un camerata uscito da Regina Coeli la settimana scorsa mi ha dato una soffiata.- dice Alessandro con tono cospiratorio.

            -Che soffiata?- chiede Franco serio, aspirando voracemente dalla sigaretta.

            -Pare che ad ammazzare i camerati di Acca Larentia siano stati quei pelosi del Don Bosco. Quelli che hanno occupato una casa in via Calpurnio Fiamma.-

            -A Cinecittà?-

            -Sì… il camerata ha sentito un rosso che lo raccontava ad un altro dei loro.-

            -Abbiamo le armi?- chiede gelido Giusvà.

            -Sì.- conferma Franco.

            -Ma a chi spariamo?- chiede Massimo.

            -Intanto andiamo là e poi vediamo… pronti?- domanda Franco.

            Tutti annuiscono.

            -Allora forza! Per i camerati di Acca Larentia… e per Mikis!-

 

 

            Finirono per parlare ancora della terribile Bangkok, del Marocco, della ragazza di Nicola che si era messa con un artista di Cento Celle, dei viaggi di Walter, della situazione politica al quartiere Don Bosco, di come a Chiara pesasse che a Roberto non piacesse il suo lavoro. Parlavano e camminavano. Percorsero via Giulia, risalirono sul lungo Tevere e poi dopo la Bocca della Verità rientrarono fra i fasti della Roma Antica. Il freddo era pungente e le macchine procedevano di fianco al Circo Massimo con gelida regolarità.

            Presero un tram a Testaccio e scesero dopo quasi mezz’ora in via Tuscolana. Per le strade non c’era nessuno. Tagliarono per via Frulliano e passarono davanti alla casa occupata. Un manifesto rosso con la scritta ‘Celerini assassini!’ sventolava dalle finestre del primo piano.

            -Non avevo ancora visto…- disse Chiara.

            Una pattuglia della polizia passò a gran velocità e scomparve all’angolo di via Stilicone.

            I due si fermarono davanti ad un palazzo e suonarono ad un campanello. Dopo poco la porta si aprì e i due entrarono in un appartamento al piano terra. Bottiglie per terra, una canzone di Joni Mitchell al giradischi, una decina di ragazzi che fumavano e chiacchieravano animatamente seduti su un tappeto. Nicola entrando aveva notato zampe di gallina inchiodate allo stipite della porta.

            -E’ stato Walter, gliel’ha insegnato un monaco in Nepal… pare che tenga lontano gli spiriti malvagi…- aveva detto qualcuno.

            Walter, capelli lunghi e stopposi e una faccia lunga e inespressiva, stava attaccando una gomma da masticare nel frigo.

            -Così si conserva.- aveva commentato vedendo che Nicola e Chiara lo stavano guardano in modo preoccupato.

            Chiara andò a sedersi vicino a Roberto sul tappeto. Una ragazza piena di lentiggini le passò un grosso chiloom fumante ma lei rifiutò e si strinse di più al suo ragazzo.

            Nicola si appoggiò al muro e seguì con apparente noncuranza la discussione che si era sollevata. Tutti affermavano che bisognava fare qualcosa. Bisognava riprendersi la casa. Bisognava riprenderla per far vedere al quartiere che oltre alle bande che spacciavano eroina c’erano ragazzi che avevano voglia di fare qualcosa di concreto, di vero.

            -Che cosa?- aveva chiesto Chiara.

            -Iniziative… qualcosa…- aveva borbottato qualcuno.

            -Qualcosa?- aveva domandato Chiara.

            Roberto le aveva accarezzato la nuca dolcemente.

            -Non prendertela… siamo ancora confusi…-

            Piero fece un giro per la stanza con un enorme vassoio pieno di fette di salame. La ragazza con le lentiggini si riempì un bicchiere di vino rosso. Walter stava meditando in un angolo, sotto un enorme poster di una manifestazione di un Primo Maggio di qualche anno prima.

            -Novità del vecchio Remo?- chiese Nicola.

            Nessuno sapeva. La bottiglia di vino passò di bicchiere in bicchiere. I chiloom si susseguirono sempre più velocemente. I dischi venivano tolti, altri venivano messi.

            Chiara era stanca. Era tornata a Roma per trovare energia e nuova linfa vitale ma intorno a lei gli amici avevano solo voglia di gozzovigliare e di sproloquiare. Guardò Roberto mezzo ubriaco seduto con Walter a parlare di Goa, di Katmandù e di Benares.

            -Io vado a prendere una boccata d’aria.- disse.

            Nicola la seguì silenziosamente. Passarono di nuovo davanti alla casa occupata e si diressero verso piazzetta Don Bosco. La sera era sempre più fredda.

 

 

            Procedono per le strade deserte. Procedono su tre macchine. La Fiat 130 di Paolo, l’Anglia Ford di Cristiano e la Fiat 127 di Massimo. Sono in otto. Sono pronti a tutto. Nel nome di Makis.

            Si cambiano in macchina, caricano le armi. Fumano.

            Risalgono via Tuscolana, passano davanti a palazzi anonimi. I bidoni dell’immondizia sono stracolmi.

            Le macchine salgono poi per via Calpurnio Fiamma. Passano davanti alla casa occupata. Il portone è sbarrato. Ci sono i sigilli della polizia.

            -Guardate là!- dice Giusvà indicando uno striscione appeso alle finestre:

            ‘Celerini assassini!’ e una falce e martello disegnate a mano.

            -Mannaggia… e adesso?- chiede Paolo.

            -Mica possiamo andarcene così, qualcosa dobbiamo pur fare, no?- dice Giusvà-

Sono le 11 della sera, l’anniversario di Mikis sta per scadere. Franco suda. Tiene fra le mani il suo passamontagna insanguinato. Non può tollerare di non commemorare il camerata morto ammazzato.

            -Facciamo un giro.- dice –Qualche rosso lo troviamo.-

            Inizia la ronda, le tre macchine procedono a passo d’uomo una dietro l’altra. Avanzano per via Silicone. Risalgono via Nobiliare.

            -Guardate! Guardate quelli!- dice Paolo indicando un gruppo di persone sedute su una panchina.

            Franco carica l’arma mentre osserva la scena. Sono cinque. Una ragazza e quattro ragazzi. Hanno i capelli lunghi, la barba, i giubbotti da pelosi e i jeans sdruciti. La ragazza porta uno strano cappello da contadina cinese.

            -Parcheggia più avanti.- ordina Franco. Paolo annuisce con un cenno del capo.

 

 

            Chiara uscì dalla casa e si assaporò l’aria fredda della sera. Nicola le camminava a fianco silenziosamente.

            -Perché sei uscito anche tu?-

            -Perché sto bene con te.-

            -Sono la ragazza di tuo fratello…-

            -E l’emancipazione femminile?-

            Chiara sorrise.

            -Sono stata bene oggi a passeggio con te… e prima, prima non ce la facevo più. Sono tornata dalla Thailandia con una gran voglia di fare, di lottare e qui pare che nessuno ne abbia più voglia… sembra che a nessuno interessi che abbiano sgomberato la casa dove facevamo riunioni, scrivevamo il nostro giornale, davamo da mangiare ai poveracci del quartiere… anche Roberto, sembra più interessato a bere e a fumare che a lottare davvero…-

            -Roberto è così, ma lo sai che se c’è da lottare lui è sempre in prima linea…-

            -Solo perché è un simpatizzante di Lotta Continua? Tu lo difendi sempre tuo fratello…-

            -Gli voglio bene… e ne voglio a te.-

            Chiara e Nicola si sedettero su una panchina di piazza Don Bosco. Rimasero in silenzio a guardare gli alti palazzi e la luna che cercava di farsi spazio fra le nuvole gonfie.

            Roberto, Walter e Piero arrivarono ridendo. Roberto teneva uno spinello acceso fra le dita.

            -Ve ne siete andati così, all’improvviso… non volete seguire il resto della riunione?- disse dando una boccata.

            -E a te non interessa seguirla?- disse Chiara minacciosa.

            -Certo, ma adesso siamo in pausa…-

            -Cosa si pensa di fare?- chiese Nicola stringendosi nella giacca.

            -Spezzare i sigilli e tornare nella casa…- disse semplicemente Piero.

            Videro arrivare tre tizi. Al buio non riconobbero i lineamenti. Indossavano giacconi a quadroni e jeans a tubo.

            -E chi cazzo sono? Spacciatori?- domandò Roberto.

            Ma poi mise a fuoco. Uno dei tre aveva un passamontagna calato sul viso e impugnava una pistola.

            L’inferno esplose prima che lui potesse gridare.

 

 

            Parcheggiano le macchine in via Bonfante. Silenziosamente Paolo scende dalla Fiat 130 e lascia il posto di guida al Bianco. Franco non scende. Sui sedili posteriori siedono Giusvà, Cristiano e Alessandro. Massimo copre la targa con un giornale e si rialza guardingo.

            -Non muovetevi da qui.- ordina Franco ai camerati rimasti di fianco alle altre due macchine     -Torniamo subito.-

            In Piazza Don Bosco i cinque ragazzi sono ancora sulla panchina. La ragazza e un tipo con i capelli lunghissimi si stanno alzando. Dai gesti delle mani sembra che stiano congedandosi.

            -Ora. Per Mikis!- dice Franco aprendo la portiera. Giusvà e Cristiano lo seguono.

            Procedono a piedi e adesso riescono a sentire le voci dei rossi. Franco estrae la Beretta calibro 9 e scarica tutto il caricatore. Un ragazzo grida e cade a terra. La ragazza  scappa silenziosa. Qualcuno urla ‘i fascisti!’. Cristiano spara due colpi ma poi la pistola si inceppa.

            -Una macchina! Una macchina!- urla Franco. E’ l’unico a volto coperto. Il passamontagna con il sangue di Mikis lo fa sudare. Gli gira la testa. Vede Giusvà salire a cavalcioni sul corpo di un rosso steso a terra. Lo vede sparargli due colpi in testa. Ben fatto. Per Mikis!

            Scappano. Raggiungono la macchina. Il Bianco parte sgommando. Su Piazza Don Bosco cala il silenzio.

 

 

            Quando Chiara tornò indietro vide immediatamente il corpo inerme di Roberto sulla ghiaia. Sotto la testa si stava espandendo una pozza di sangue grumoso. Nicola era seduto a terra e si teneva il braccio sinistro. Walter e Piero erano scomparsi. Al loro posto erano giunti decine di curiosi che guardavano bisbigliando il cadavere del ragazzo.

            Chiara raccolse il suo buffo cappello cinese e si avvicinò a Nicola. Il braccio gli sanguinava copiosamente. Rimasero a guardare il cadavere aspettando l’ambulanza, la polizia, e le domande di rito.

            Nicola si accese una sigaretta. Chiara chiuse gli occhi e sospirò distrattamente.

 

 

            Cristiano scende dalla macchina e si infila nella cabina.

            -Pronto Ansa.-

            -La Gioventù Nazional-Rivoluzionaria colpisce dove la giustizia borghese non vuole colpire. Abbiamo scoperto noi chi ha ucciso i camerati di Acca Laurentia. Onore ai camerati caduti!-

            Cristiano torna alla macchina.

            -Tutti sapranno che Bigonzetti e Ciavatta non sono morti invano.- dice.

            -E Mikis?- chiede Franco stupefatto.

            -Presente!- urla il Bianco sogghignando.

            La luna risplende sul fiume. La Fiat 130 procede veloce verso sud. Franco si rigira il passamontagna nelle mani. E’ teso, adrenalinico.

            -Presente…- sussurra piano.