Con Michelangelo Antonioni - morto ieri sera nella sua abitazione nella capitale, a 94 anni, assistito fino all'ultimo dalla moglie Enrica Fico - non se ne va solo uno dei grandi vecchi del cinema italiano e internazionale, amato e celebrato in tutto il mondo, come dimostra l'Oscar alla carriera ricevuto nel 1995. Con lui scompare anche uno stile davvero unico, all'interno della settima arte: quello di un regista che ha sempre fatto dell'occhio - quello della cinepresa, spesso apparentemente impassibile, e quella dell'autore che silenzionsamente la muove - il centro della sua visione poetica. In cui emergono l'incomunicabilità tra le persone, l'insufficienza delle parole, la solitudine. E poi, per contrasto, il potere dello sguardo, la perfezione dell'immagine.
Un modo di concepire, realizzare e "vedere" i film creata non solo con intenti estetizzanti, ma anche per far venire fuori, senza inutile retorica, l'interiorità e la psicologia dei personaggi. Con un tratto così particolare, e così coerente, da rendere vani i pur numerosi tentativi di imitazione. E senz'altro più adatto a una fruizione critica, o cinefila, che al grande pubblico. Una singolarità che Antonioni - autore di tanti e a volte controversi capolavori, a cominciare dagli eterni cult Blow up e L'avventura - ha tenuto ferma fino alla fine. A dispetto della malattia che negli ultimi anni gli ha impedito di parlare, ma non di comunicare attraverso le sue opere.

Le sue strade sono rosse. La sua polvere è rossa.
Rossa è l'alba. Rosso il tardo pomeriggio.
Metropoli regionale popolata da berberi Chleu, sahariani negri, tribù Rehamma, popolazioni del Dra e discendenti dei Mori andalusi.
In Rue El Ksour c'è un internet café: computer vecchi e impolverati appoggiati su tavoli traballanti. L'obeso proprietario vende acqua, carta igienica, cartoline ingiallite.
Dirimpetto all'esotico internet café c'è la macelleria, patria delle mosche di tutto l'Alto Atlante. La carne dissanguata strabocca dalle ceste di plastica.
Piazza Jemaa el Fna. L'enorme carosello della vita. Del caos. Seduti su una terrazza, mentre le luci intorno agli ambulanti si illuminano. Salgono gli aromi, le grida, gli inviti a mangiare del pesce o a bersi un'aranciata. Dall'alto la piazza si presenta come un'infernale girone dei golosi.
Il luogo più vivo della rossa Marakech significa 'assemblea dei morti' perchè un tempo vi esponevano le teste dei condannati.
Acrobati, cantastorie, comici, perdigiorno, incantatori di serpenti, maghi, musicisti, cavadenti, ristoratori ambulanti, danzatori Gnoaua originari delle oasi del sud animano questo largo spiazzo, creano un festival permanente di tradizione orale, un gigantesco bazar di berberi, sahariani e popoli dell'Africa nera.
Marrakech, città intrisa di magia.
Magici i suoi muri di terra riflessi di ruggine, di arancione, di rosa antico.
Magiche le sue imponenti mura di argilla battuta, le sue duecento torri quadrate.
Magica e palpabile la sua vasta medina. I souk.
Marrakech, borgata dedita agli scambi. Crocevia fra il nord e il sud.
Vassoi di rame, coperte, articoli di cuoio, armi arrugginite, monili, tappeti berberi chichaoua dal fondo rosso o ouaouzguit con ricchi ornamenti di motivi geometrici multicolori.
L'ambra grezza con il suo prezioso profumo, l'erba per curare il raffreddore, ali di corvo, pasta lunare, gomma arabica, scorpioni, scorza di noce per massaggiare e fortificare le gengive, sapone nero, erbe d'amore.
Recipienti per le tajines in terracotta, i panieri per la separazione del cuscus, alambicchi per distillare l'acqua di rose e i fiori d'arancio, ceste appuntite per conservare il pane, spiedini d'argento.
Il Ras el hanout, la testa della bottega. Potente stimolante legato al numero magico tredici. Tredici sono le spezie che lo compongono. Pepe lungo, pepe nero, pepe di Guinea, cardamomo, macis, cantartide, noce moscata, curcuma, zenzero grigio, zenzero bianco, frutto di frassino, bacche di belladonna e cumino.
Nei souk di Marrakech si sussurra che l'hascisc potrebbe sostituire la curcuma.
Marrakech, città dove tutto sembra immutabile.
Il tempo corre sotto le nostre parole. Camaleonti, henné, Ibn Battuta, spezie, sceriffi e venditori d'acqua. Parliamo veramente di tutto nei giorni che sembrano non finire mai e che si concludono in un soffio.
Marrakech. Siamo ancora qui. Un sorso lento di tè alla mente. Il giorno sta per morire. Si accendono i fuochi. Piazza Jemma el Fna si riempie.

Foto di Tommy Graziani (copyright 2007 by Tommy Graziani)

Roma, 28 Febbraio 1978
Chiara indossava una salopette di jeans e un maglione peruviano. Il volto era nascosto dall’ampia falda del suo cappello di bambù.
Quando Nicola si avvicinò vide che la pelle era pallida, gli occhi spenti, opachi.
-L’ho comprato in Thailandia.- disse, indicando con un dito il cappello.
-Originale.- disse Nicola, accarezzandole affettuosamente una guancia.
-Scusami se ti ho dato appuntamento qui invece che a casa mia, ma ero in giro per delle commissioni…-
-Non c’è problema.- disse Nicola sorridendo –Chiacchiereremo passeggiando.-
Uscirono da Villa Borghese e si incamminarono lentamente verso Piazza di Spagna. Nicola le offrì una sigaretta ma lei rifiutò con decisione:
-A Bangkok sono riuscita a smettere. C’era già troppo smog in quella dannata città.-
La giornata era fredda. Le nuvole, soffici e spumose, nuotavano in un cielo grigio.
Scesero la scalinata. I turisti scattavano foto alla piazza, ai motorini, ai vigili urbani, alla fontanaccia, alle proprie mogli, ai propri figli, ai propri cani, ai cani randagi che oziavano, infreddoliti, lungo i gradini.
-Scommetto che su un milione di foto che vengono scattate ogni giorno in Piazza di Spagna se ne salveranno sì e no due…- disse Chiara.
-Vedo che a Bangkok hai perso anche l’ottimismo.- disse Nicola sorridendo.
-No, quello l’ho perso quando sono tornata.- rispose semplicemente Chiara. C’era dell’astio nella sua voce.
-Hai saputo?- chiese Nicola.
-Sì, me lo ha detto Roberto quando mi è venuto a prendere all’Aeroporto ieri sera… tuo fratello è stato molto sintetico, come suo solito del resto: ‘ciao Amore, ben tornata. Questa mattina gli sbirri hanno sgomberato la casa in via Calpurnio Fiamma… c’era solo il vecchio Remo che dormiva. Lo hanno arrestato.’-
-E’ andata così.-
-E voi cosa fate?-
-Non facciamo niente… per ora… forse un presidio domani, dopodomani…-
-I soliti cazzoni.- sbuffò Chiara.-
-I compagni thailandesi ti hanno irrigidito.- commentò Nicola.
-Anche i compagni thailandesi sono dei cazzoni.- disse Chiara.
Mikis.
Mikis Mantakas.
Non può dimenticare quel nome. Non può dimenticarlo oggi. Oggi è il suo anniversario. Tre anni sono passati. Tre anni e Franco se li ricorda bene.
Il passamontagna di lana lo faceva sudare nonostante il freddo. Era stato fra i primi ad uscire dalla sezione di via Ottaviano per rispondere all’assalto dei rossi. Era corso senza paura con la sua spranga in mano quando aveva sentito partire il colpo. La testa di Mikis era esplosa davanti a lui. Aveva visto la materia celebrale schizzare sul muro e sul marciapiede. Quando ore dopo si era tolto il passamontagna aveva notato che era impregnato del sangue di Mikis. Aveva pianto e si era ripromesso che quel passamontagna macchiato del sangue del camerata greco sarebbe stato il suo talismano. Quante rapine, quanti assalti alle tane dei rossi con quel passamontagna. Nel nome di Mikis Mantakas di cui oggi, ricorre il suo anniversario.
Franco si volta verso Massimo e Cristiano che scherzano a ridosso del laghetto. Alle sue spalle gli altri ragazzi fanno comunella davanti all’insegna del Bar Fungo. Le loro voci si alzano cacofoniche in cielo, tagliano come un bisturi il silenzio dell’EUR, assopito nella notte gelata. I camerati discutono se sia preferibile un cinema o la discoteca. Sembra non capiscano. Sembra che siano estranei a questa importante ricorrenza. Mikis. Camerata Mikis Mantakas.
-Presente!- mormora Franco.
Questa mattina è andato a deporre fiori in piazza Risorgimento, il luogo dell’assassinio, poi ha telefonato da una cabina di via Silla. Paolo è arrivato a bordo della sua Fiat 130 scassata dopo mezz’ora. Insieme hanno passato il pomeriggio a scorrazzare nel quartiere Portuense: tre rossi feriti e il tentativo di incendiare la porta della sede di Lotta Continua.
All’ora di cena Franco si è reso conto che per commemorare il camerata assassinato quelle piccole azioni dimostrative non bastano.
Si avvicina al gruppo di amici con aria seria.
-Allora Franco,- chiede il Bianco con un sorriso –andiamo in discoteca?-
-No.- risponde sesso Franco –Questa è la notte di Mikis. Questa sera bisogna sparare.-
-Camerata Mikis Mantakas!- urla qualcuno del gruppo.
Le braccia si levano tese nel cielo.
-Presente!- rispondono in coro tutti gli altri.
L’EUR viene percosso da un brivido freddo.
Poco prima del tramonto, verso le cinque di sera, Chiara e Nicola entrarono nella casa della ragazza: un vasto appartamento in via del Governo Vecchio a cento metri da Piazza Navona e dai turisti che Chiara cercava continuamente di evitare.
-Deve essere per colpa del mio lavoro.- disse porgendo una tazza di caffè a Nicola. Erano seduti nella camera da letto di Maria, una ragazza cilena che divideva la casa con Chiara. Ai muri erano appesi poster di Unidad Popular per le elezioni del 1973.
-Mi sa che questa è l’ultima volta che accetto una situazione del genere. Preferisco fare voli intercontinentali senza sosta piuttosto che rimanere per un mese di fila in una città odiosa come Bangkok… tra l’altro i compagni tailandesi che mi aveva detto di contattare Walter si sono rivelati degli emeriti idioti… compagni! Non facevano altro che bere e adescare turisti occidentali…-
-Dovresti saperlo che Walter alla coscienza politica preferisce stravizi e amanti esotici… ricordi il suo resoconto del viaggio in India?-
Chiara sorrise.
-Finalmente!- disse Nicola –Sei così bella quando sorridi.-
-Tuo fratello è un ragazzo fortunato.- disse lei con civetteria, prese la tazza a due mani e se la portò alla bocca.
-Mio fratello preferirebbe che tu rimanessi più tempo a Roma.-
-Faccio la hostess Nicola, non il postino di quartiere.-
Lui sorrise e si sdraiò sul tappeto.
-E tu?- domandò Chiara.
-Io cosa.-
-Tuo fratello mi ha detto che parti.-
-Sì, fra una settimana, vado in Marocco con Piero.-
-Parti perché qui ti mancherà?-
-Parto perché qui mi mancherebbe da impazzire.-
-Ovunque ti mancherà, Nicola.-
-Sì, forse sì…-
-Beh…- concluse sbrigativamente Chiara –Troverai qualcun’altra, non muore mica nessuno, no?-
-No, certo che no...-
Il sole, fuori dalla lunga finestra, scese definitivamente. I lampioni illuminavano d’arancione i muri delle case.
-E poi ci sono da vendicare Bigonzetti e Ciavatta! Io c’ero a via Acca Larentia! E’ stato uno schifo! Dobbiamo fargli pagare anche questa!- ringhia Giusvà.
-Sì, Mikis, Bigonzetti, Ciavatta! Dobbiamo vendicarli tutti!- incalza Cristiano.
-Un camerata uscito da Regina Coeli la settimana scorsa mi ha dato una soffiata.- dice Alessandro con tono cospiratorio.
-Che soffiata?- chiede Franco serio, aspirando voracemente dalla sigaretta.
-Pare che ad ammazzare i camerati di Acca Larentia siano stati quei pelosi del Don Bosco. Quelli che hanno occupato una casa in via Calpurnio Fiamma.-
-A Cinecittà?-
-Sì… il camerata ha sentito un rosso che lo raccontava ad un altro dei loro.-
-Abbiamo le armi?- chiede gelido Giusvà.
-Sì.- conferma Franco.
-Ma a chi spariamo?- chiede Massimo.
-Intanto andiamo là e poi vediamo… pronti?- domanda Franco.
Tutti annuiscono.
-Allora forza! Per i camerati di Acca Larentia… e per Mikis!-
Finirono per parlare ancora della terribile Bangkok, del Marocco, della ragazza di Nicola che si era messa con un artista di Cento Celle, dei viaggi di Walter, della situazione politica al quartiere Don Bosco, di come a Chiara pesasse che a Roberto non piacesse il suo lavoro. Parlavano e camminavano. Percorsero via Giulia, risalirono sul lungo Tevere e poi dopo
Presero un tram a Testaccio e scesero dopo quasi mezz’ora in via Tuscolana. Per le strade non c’era nessuno. Tagliarono per via Frulliano e passarono davanti alla casa occupata. Un manifesto rosso con la scritta ‘Celerini assassini!’ sventolava dalle finestre del primo piano.
-Non avevo ancora visto…- disse Chiara.
Una pattuglia della polizia passò a gran velocità e scomparve all’angolo di via Stilicone.
I due si fermarono davanti ad un palazzo e suonarono ad un campanello. Dopo poco la porta si aprì e i due entrarono in un appartamento al piano terra. Bottiglie per terra, una canzone di Joni Mitchell al giradischi, una decina di ragazzi che fumavano e chiacchieravano animatamente seduti su un tappeto. Nicola entrando aveva notato zampe di gallina inchiodate allo stipite della porta.
-E’ stato Walter, gliel’ha insegnato un monaco in Nepal… pare che tenga lontano gli spiriti malvagi…- aveva detto qualcuno.
Walter, capelli lunghi e stopposi e una faccia lunga e inespressiva, stava attaccando una gomma da masticare nel frigo.
-Così si conserva.- aveva commentato vedendo che Nicola e Chiara lo stavano guardano in modo preoccupato.
Chiara andò a sedersi vicino a Roberto sul tappeto. Una ragazza piena di lentiggini le passò un grosso chiloom fumante ma lei rifiutò e si strinse di più al suo ragazzo.
Nicola si appoggiò al muro e seguì con apparente noncuranza la discussione che si era sollevata. Tutti affermavano che bisognava fare qualcosa. Bisognava riprendersi la casa. Bisognava riprenderla per far vedere al quartiere che oltre alle bande che spacciavano eroina c’erano ragazzi che avevano voglia di fare qualcosa di concreto, di vero.
-Che cosa?- aveva chiesto Chiara.
-Iniziative… qualcosa…- aveva borbottato qualcuno.
-Qualcosa?- aveva domandato Chiara.
Roberto le aveva accarezzato la nuca dolcemente.
-Non prendertela… siamo ancora confusi…-
Piero fece un giro per la stanza con un enorme vassoio pieno di fette di salame. La ragazza con le lentiggini si riempì un bicchiere di vino rosso. Walter stava meditando in un angolo, sotto un enorme poster di una manifestazione di un Primo Maggio di qualche anno prima.
-Novità del vecchio Remo?- chiese Nicola.
Nessuno sapeva. La bottiglia di vino passò di bicchiere in bicchiere. I chiloom si susseguirono sempre più velocemente. I dischi venivano tolti, altri venivano messi.
Chiara era stanca. Era tornata a Roma per trovare energia e nuova linfa vitale ma intorno a lei gli amici avevano solo voglia di gozzovigliare e di sproloquiare. Guardò Roberto mezzo ubriaco seduto con Walter a parlare di Goa, di Katmandù e di Benares.
-Io vado a prendere una boccata d’aria.- disse.
Nicola la seguì silenziosamente. Passarono di nuovo davanti alla casa occupata e si diressero verso piazzetta Don Bosco. La sera era sempre più fredda.
Procedono per le strade deserte. Procedono su tre macchine.
Si cambiano in macchina, caricano le armi. Fumano.
Risalgono via Tuscolana, passano davanti a palazzi anonimi. I bidoni dell’immondizia sono stracolmi.
Le macchine salgono poi per via Calpurnio Fiamma. Passano davanti alla casa occupata. Il portone è sbarrato. Ci sono i sigilli della polizia.
-Guardate là!- dice Giusvà indicando uno striscione appeso alle finestre:
‘Celerini assassini!’ e una falce e martello disegnate a mano.
-Mannaggia… e adesso?- chiede Paolo.
-Mica possiamo andarcene così, qualcosa dobbiamo pur fare, no?- dice Giusvà-
Sono le 11 della sera, l’anniversario di Mikis sta per scadere. Franco suda. Tiene fra le mani il suo passamontagna insanguinato. Non può tollerare di non commemorare il camerata morto ammazzato.
-Facciamo un giro.- dice –Qualche rosso lo troviamo.-
Inizia la ronda, le tre macchine procedono a passo d’uomo una dietro l’altra. Avanzano per via Silicone. Risalgono via Nobiliare.
-Guardate! Guardate quelli!- dice Paolo indicando un gruppo di persone sedute su una panchina.
Franco carica l’arma mentre osserva la scena. Sono cinque. Una ragazza e quattro ragazzi. Hanno i capelli lunghi, la barba, i giubbotti da pelosi e i jeans sdruciti. La ragazza porta uno strano cappello da contadina cinese.
-Parcheggia più avanti.- ordina Franco. Paolo annuisce con un cenno del capo.
Chiara uscì dalla casa e si assaporò l’aria fredda della sera. Nicola le camminava a fianco silenziosamente.
-Perché sei uscito anche tu?-
-Perché sto bene con te.-
-Sono la ragazza di tuo fratello…-
-E l’emancipazione femminile?-
Chiara sorrise.
-Sono stata bene oggi a passeggio con te… e prima, prima non ce la facevo più. Sono tornata dalla Thailandia con una gran voglia di fare, di lottare e qui pare che nessuno ne abbia più voglia… sembra che a nessuno interessi che abbiano sgomberato la casa dove facevamo riunioni, scrivevamo il nostro giornale, davamo da mangiare ai poveracci del quartiere… anche Roberto, sembra più interessato a bere e a fumare che a lottare davvero…-
-Roberto è così, ma lo sai che se c’è da lottare lui è sempre in prima linea…-
-Solo perché è un simpatizzante di Lotta Continua? Tu lo difendi sempre tuo fratello…-
-Gli voglio bene… e ne voglio a te.-
Chiara e Nicola si sedettero su una panchina di piazza Don Bosco. Rimasero in silenzio a guardare gli alti palazzi e la luna che cercava di farsi spazio fra le nuvole gonfie.
Roberto, Walter e Piero arrivarono ridendo. Roberto teneva uno spinello acceso fra le dita.
-Ve ne siete andati così, all’improvviso… non volete seguire il resto della riunione?- disse dando una boccata.
-E a te non interessa seguirla?- disse Chiara minacciosa.
-Certo, ma adesso siamo in pausa…-
-Cosa si pensa di fare?- chiese Nicola stringendosi nella giacca.
-Spezzare i sigilli e tornare nella casa…- disse semplicemente Piero.
Videro arrivare tre tizi. Al buio non riconobbero i lineamenti. Indossavano giacconi a quadroni e jeans a tubo.
-E chi cazzo sono? Spacciatori?- domandò Roberto.
Ma poi mise a fuoco. Uno dei tre aveva un passamontagna calato sul viso e impugnava una pistola.
L’inferno esplose prima che lui potesse gridare.
Parcheggiano le macchine in via Bonfante. Silenziosamente Paolo scende dalla Fiat 130 e lascia il posto di guida al Bianco. Franco non scende. Sui sedili posteriori siedono Giusvà, Cristiano e Alessandro. Massimo copre la targa con un giornale e si rialza guardingo.
-Non muovetevi da qui.- ordina Franco ai camerati rimasti di fianco alle altre due macchine -Torniamo subito.-
In Piazza Don Bosco i cinque ragazzi sono ancora sulla panchina. La ragazza e un tipo con i capelli lunghissimi si stanno alzando. Dai gesti delle mani sembra che stiano congedandosi.
-Ora. Per Mikis!- dice Franco aprendo la portiera. Giusvà e Cristiano lo seguono.
Procedono a piedi e adesso riescono a sentire le voci dei rossi. Franco estrae
-Una macchina! Una macchina!- urla Franco. E’ l’unico a volto coperto. Il passamontagna con il sangue di Mikis lo fa sudare. Gli gira la testa. Vede Giusvà salire a cavalcioni sul corpo di un rosso steso a terra. Lo vede sparargli due colpi in testa. Ben fatto. Per Mikis!
Scappano. Raggiungono la macchina. Il Bianco parte sgommando. Su Piazza Don Bosco cala il silenzio.
Quando Chiara tornò indietro vide immediatamente il corpo inerme di Roberto sulla ghiaia. Sotto la testa si stava espandendo una pozza di sangue grumoso. Nicola era seduto a terra e si teneva il braccio sinistro. Walter e Piero erano scomparsi. Al loro posto erano giunti decine di curiosi che guardavano bisbigliando il cadavere del ragazzo.
Chiara raccolse il suo buffo cappello cinese e si avvicinò a Nicola. Il braccio gli sanguinava copiosamente. Rimasero a guardare il cadavere aspettando l’ambulanza, la polizia, e le domande di rito.
Nicola si accese una sigaretta. Chiara chiuse gli occhi e sospirò distrattamente.
Cristiano scende dalla macchina e si infila nella cabina.
-Pronto Ansa.-
-
Cristiano torna alla macchina.
-Tutti sapranno che Bigonzetti e Ciavatta non sono morti invano.- dice.
-E Mikis?- chiede Franco stupefatto.
-Presente!- urla il Bianco sogghignando.
La luna risplende sul fiume.
-Presente…- sussurra piano.