
Sono sceso a una stazione del métro che si chiama Anvers. C'è puzza di muffa, un uomo in soprabito scuro urla qualcosa di incomprensibile ai monitor posizionati in alto, sopra la galleria. Moltissime persone, moltissimi turisti con la macchina fotografica a caccia perpetua di scorci pittoreschi, di personaggi caratteristici. Probabilmente non è stata una buona idea scendere in questo posto. Sudo, tengo lo sguardo basso, cerco di non dare nell'occhio. Mi avventuro lungo il marciapiede gremito di arabi, africani, turisti, tanti, troppi turisti. I sexy-shop e i chioschi di kebab si susseguono. Rivendite di scarpe, di chincaglieria cinese. Ambulanti cinesi che vendono orologi, tessuti, ninnoli. Compro uno zainetto da trekking da venti euro dentro un negozio spoglio dove il proprietario, un cingalese grasso e unticcio, ascolta musica disco a volume assordante.
C'è caldo in strada, qualche passante mi urta. Entro in un posto chiamato Tati. Grandi magazzini per povera gente. Donne con il velo e africane coi capelli raccolti in mille treccine si contengono gonne paiettate, canottiere fucsia, calze di lana. Nessuno fa caso a me. Inizio a frugare dentro le ceste. Un berretto di lino verde militare, un paio di magliette rosse a mezze maniche, senza scritte e senza simboli. Al primo piano acquisto un paio di jeans leggeri, uno stock di tre paia di mutande e uno di tre paia di calzettoni di spugna. Dò trenta euro alla cassiera e metto la roba nello zaino. Il cappello lo metto in testa e mi sento già un po' più protetto.
Tornando verso il métro, in una rivendita sporca e spartana, acquisto scarpe da tennis da dieci euro e occhiali da sole da due euro. Spazzolino da denti e dentifricio li ho nella tasca dei miei pantaloni di marca. Sono le uniche cose che ho portato con me dall'albergo, insieme a tremila euro in trenta pezzi da cento, il passaporto, la maglietta bianca e i sandali che ho indosso.
In métro mi ritorna l'ansia: qualcuno potrebbe riconoscermi. Abbasso il cappello sulla fronte e tengo lo sguardo rivolto al pavimento, sistemandomi, di tanto in tanto, gli occhiali da sole. Cambio vagone varie volte, indeciso sul da farsi. Opto per Montparnasse Bienvenue. Tante, troppe fermate intermedie per non farmi prendere dall'agitazione. Ancora nessuno saprà niente, nessuno avrà dato l'allarme, ma la mia faccia è conosciuta. Troppi turisti italiani intorno a me. Il viaggio in metropolitana fino a Montparnasse è un viaggio infernale.
Esco in strada con l'affanno. L'esterno della stazione ferroviaria è moderno e lucente, pezzi di acciaio grigio si incurvano e si rincorrono lungo la superficie di vetro trasparente. La gente entra ed esce. I taxi passano lentamente. Dietro, il profilo di un'alta torre.
I treni in partenza portano tutti in località francesi. Non me ne faccio niente, non vanno bene per il mio scopo, per la mia fuga. Almeno credo.
Entro in un market sulla piazza. Compro mele, pane confezionato, due scatolette di tonno, una bottiglia d'acqua, posate di plastica. Lascio ventitré euro alla cassiera e mi dirigo a passo veloce nel Mc Donald's dall'altra parte della strada. Mi chiudo in bagno. Mi cambio, indosso i jeans leggeri, la maglia rossa e metto i miei vestiti nello zaino. Sospiro. Ordino un Big Mac che divoro in quattro morsi e poi scendo di nuovo in métro. Cambio cinque o sei linee, in un bagno di sudore. Quasi in stato catatonico, assorto da mille fobie, mi ritrovo alla Gare d'Austerlitz. Consulto i tabelloni con i treni in partenza. Vado dalla bigliettaia, una donna bassa e gonfia. Non ci sono probabilità che possa riconoscermi. Nel mio inglese incerto chiedo un biglietto per il TGV delle venti e trentadue per Barcellona. Pago novantacinque euro e novanta centesimi. Mi allontano con il mio biglietto. In un bar compro un pacchetto di sigarette e un accendino. Sono dieci anni che non fumo e dieci anni che non salgo su un un treno.
Il TGV Paris Gare d'Austerlitz-Barcelona Sants dall'aspetto è un mostro di efficienza e di funzionalità. I sedili sono comodi, i vetri sono lucidi, nell'aria un odore di deodorante da bagno. Trovo il mio posto, di fronte a me due ragazze orientali, forse cinesi, forse coreane, magre e piccole. Mangiano patatine in sacchetto e guardano la stazione fuori dal finestrino. Il treno parte, con il lento movimento mi rilasso, chiudo gli occhi e sorrido. L'ho fatta grossa, sono scappato.
Il TGV si allontana dalla stazione. Taglia Parigi e le sue caotiche strade. Una delle ragazze si leva le scarpe e si rannicchia sul seggiolino. La sua compagna si accanisce sui rimasugli di patatine fritte. Chiudo di nuovo gli occhi. Il movimento del treno mi culla. È bello. Mi sento libero.
Quando riapro gli occhi vedo, all'esterno, qualcosa di scuro che corre sotto un sottopassaggio autostradale. Un vitello o un toro. Corre e scompare alla mia vista.
Il cielo è rosa. Il terreno è brullo. Le ragazze russano.
Devo aver dormito parecchie ore. Ho avuto un sonno senza sogni, mentre il TGV ha tagliato la Francia. Mi risale l'agitazione. Prima o poi ci sarà il confine. Il controllo dei documenti. Aspetto con il cappello calato sugli occhi, spiando di nascosto il risveglio dello scompartimento. Aspetto con il cuore in gola.
Alle otto e ventiquattro minuti, secondo il mio orologio da polso, il TGV entra nella stazione di Barcelona Sants.
Nessuno mi ha chiesto il passaporto.
Esco fra la folla. Mi siedo su una panchina, mi accendo una sigaretta e mi metto a pensare.
Barcelona Sants è una stazione modernissima, fredda, funzionale. Passano tante persone. È bello guardare la gente, immaginare chi sono, dove vanno.
Mentre osservo il via vai mangio le mele, il pane e il tonno acquistati a Parigi. È un buon pasto. Nutriente.
Nessuno mi riconosce. Nessuno fa caso a me. Sento comunque il bisogno di ripartire.
Il biglietto per Madrid Chamartin delle ventidue e venti mi costa quarantanove euro e trenta centesimi.
Inganno il tempo passeggiando sulla banchina. Due ragazzi si baciano sul binario sei. Una donna sgrida un bambino grassottello sul binario due.
Sento la smania di ripartire. Di vedere il paesaggio che scorre fuori dal finestrino. Libertà. Un sacco di scheletri nell'armadio da cancellare macinando chilometri.
Dopo un'ora di viaggio il diretto per Madrid entra alla stazione di Sant Vicenc de Calders. Esco in corridoio a fumare una sigaretta. Il treno riparte. Le stelle in cielo e isolate luci all'orizzonte: fattorie, fabbriche di paese. Il treno oltrepassa, senza fermarsi, le stazioni di Tarragona, di Reus, di Mora la Nova.
Lo scompartimento di seconda classe puzza. Di fronte a me sono seduti un uomo e una donna di mezza età coi vestiti lisi e la pelle scura e un ragazzo africano sudato e con gli occhi arrossati. Di fianco ho un omone biondiccio che russa e che puzza come una discarica a cielo aperto.
Esco di nuovo a fumare, vado a fare un giro in bagno e quando torno in corridoio trovo questa ragazza castana, magrissima, con la maglietta bianca macchiata di sugo che mi sorride. Dice qualcosa e capisco che sta cercando di chiedermi se parlo spagnolo. Dico di no. Lei dice qualcosa in inglese, io le rispondo che parlo poco l'inglese, ma lo capisco: ho avuto modo negli ultimi dieci anni di lavorare con inglesi e alla fine sono riuscito a impratichirmi un po'.
La ragazza castana, magra come un chiodo si chiama Kim, è di origine cajun, però è nata in Australia e vive nella California del nord e parla di certi suoi amici hippie che coltivano canapa indiana. Kim mi offre un'oliva verde. Tiene un grosso vasetto fra le mani e mi dice qualcosa in inglese che non afferro. Kim apre la porta del treno ed entra un veloce brivido di vento mentre lei rimane aggrappata al velocissimo che porta a Madrid, e ci sono milioni di stelle e manca il fiato. Poi Kim richiude la porta con violenza e inizia a parlarmi in un italiano incerto, io rispondo con il mio inglese claudicante. Kim continua a parlare e a parlare, ad ogni scossa del treno il suo viso diventa giallo, sbattuto dalla traballante luce del neon. Poi si stanca e mi chiede di seguirla. Troviamo la cuccettista che dorme beatamente. Si alza scompostamente e va ad aprire lo scompartimento di Kim: prima classe, gran lusso. Mi saluta con un cenno della mano e uno sbadiglio.
-Buena suerte- dice.
-Ciao.
Fumo una sigaretta e poi torno nel mio scompartimento. Provo a guardare il paesaggio, ma è tutto buio. Neanche una luce, solo il mio viso riflesso sul vetro, mentre il treno taglia la Castiglia senza nemmeno una sosta.
Mi sveglio all'alba. Entriamo alla stazione di Guadalajara. Mi riaddormento.
Alle sette e ventuno minuti siamo a.Madrid. Il caldo è secco e pungente, vedo Kim allontanarsi nella folla. Lei non mi ha visto.
Nel bagno mi do una lavata veloce. Inizio a puzzare. Riempio la bottiglia dell'acqua e mi dirigo deciso alla biglietteria. C'è un Talgo per Almeria alle otto e dieci. Trenta euro e non se ne parli più. Ho fame ma è l'ora della nuova partenza. Il mio scompartimento è vuoto. C'è il sole, è una magnifica giornata. Il treno si mette in movimento. Mi sento felice, spensierato come un bambino. A Parigi mi starà cercando la polizia. La mia faccia sarà su tutti i giornali. In Italia scommetto non si parlerà d'altro. Ma adesso, mentre sempre più mi allontano dalla mia prigione dorata, in mezzo alla terra brulla e arida, non sento preoccupazioni. È come se il movimento mi rendesse incapace di provare apprensione, ansia, angoscia.
Alle nove e quarantacinque siamo ad Alcazar de San Juan. Alle tredici e trenta a Guadix. Il treno corre in mezzo alla sierra. Uno scenario desolante, niente case, solo rocce, terra brulla, un rozzo toro di cartone montato a guardia di un dirupo, un ponte stretto e lunghissimo sospeso nel vuoto. Aggrappato al finestrino, nello scompartimento vuoto, ho visto il treno entrare in una nuova stazione. Sono sceso. Almeria. Incapace di stare fermo a pensare, mi incammino a piedi verso la città.
Un posto orribile, moderni palazzi secchi e bruciati dal sole sconvolgono la dignitosa arretratezza delle vecchie case basse in stile arabo. Cammino fino alla stazione degli autobus. Un luogo di disperati, ci sono drogati dappertutto. Una pazza mi grida qualcosa di satanico. Ho paura.
Torno alla stazione ferroviaria. C'è un treno per Siviglia alle ventidue e dieci. Mi piace, lo compro per trentatré euro e trentacinque centesimi. Sono troppo ricco per fare il barbone. Mancano ancora diverse ore. Vado sul lungomare a cercare qualcosa da mettere sotto i denti. È da Barcellona che non mangio. Mi siedo a un tavolo esterno di un locale popolare davanti alle acque torbide del mar Mediterraneo. Il proprietario, un baffuto unto ed enorme, conosce qualche parola d'italiano. Mentre parla starnutisce e il catarro gli rimane sui baffi. Mi porta insalata con mais, pesce spada alla griglia e patate fritte. Divoro il tutto e poi faccio il bis. L'acqua del mare è blu scura, il sole brucia. Bevo sangria fino alle nove e quaranta. Saluto il baffuto e torno in stazione. Nemmeno lui mi ha riconosciuto. L'ansia incomincia a darmi tregua anche quando non sono in viaggio.
Il treno per Siviglia è stracolmo. Finisco in uno scompartimento con Francisco, che sta andando a disintossicarsi in una clinica di Huelva, e con Manuel e Maria, lui sedici, lei quindici anni, sposati da tre mesi, lei in cinta di sette mesi, eroinomani entrambi da due anni. Me lo dicono in italiano perché, non so per quale motivo, lo parlano e lo capiscono perfettamente.
Chiudono a chiave lo scompartimento. Iniziano a trafficare con un cacciavite e con la carta stagnola. Poi a turno inalano. Non avevo mai visto nessuno fumare eroina. Mi lascia senza parole. Quasi non mi accorgo del treno che va. Mi dicono che se mi dà fastidio possono andare in un altro scompartimento. Gli dico che è tutto ok. Lo dico guardando la pancia gravida di Maria, le sue piccole mani da ragazzina.
La cosa sorprendente è che, nonostante siano fatti, profumano, sono puliti, hanno capelli lucenti e lisci. Quando mi passano accanto lasciano ventate di buon odore. Io puzzo e non mi lavo da tre giorni e sono pieno di polvere.
Francisco si addormenta, gli sposini ci danno dentro per due ore con l'eroina. Mi offrono una fetta di una torta ai semi di girasole. Manuel dice che si fa anche in vena e tira di coca. Domani a Siviglia se vado con loro mi daranno dieci grammi di hashish per cinquanta euro. Gli rispondo che voglio rifletterci.
A Granada il treno fa cinque minuti di sosta. Io e Manuel scendiamo e andiamo al bar sul binario uno. Il barista non vuole darmi la bottiglia l'acqua perché ha visto Manuel che cercava di rubare una barretta di cioccolato. Metto cinque euro sul bancone, il barista sbuffa e mi dà la bottiglia fresca. Risaliamo sul treno mezzo minuto prima che riparta. In scompartimento scopro che Manuel è riuscito a rubare la cioccolata. La spezza in quattro parti e la divide. È buona, si scioglie in bocca.
A Pedrera c'è un guasto. Tre ore di sosta forzata. Gli sposini e Francisco dormono, io cerco di non farmi prendere di nuovo dall'agitazione. Ho bisogno di vedere scorrere il paesaggio, ho bisogno di movimento.
Arriviamo a Siviglia alle sei e quindici del mattino.
Salutiamo Francisco e usciamo dalla stazione deserta. Il bagagliaio di Manuel e Maria consiste in una sporta di plastica piena di vestiti.
Andiamo a fare colazione in un bar squallido. Succo d'ananas e panini caldi al prosciutto. Pago io.
Poi facciamo un giro per la parte popolare di Siviglia. Influenze arabe, ombra, balconate ricamate, tetti moreschi. Arriviamo al Barrio della Macarena. In un cortile assolato, fra palme bruciate, merde di cane e sposini minorenni ed eroinomani, faccio due tiri di canna. Mi gira la testa. Non fa per me.
Gli dico che vorrei tornare in stazione. Manuel si lancia in mezzo alla strada e ferma un taxi. Contratta con il taxista, mi dice di dargli cinque euro e mi invita a salire. Mentre mi saluta inizia a sanguinargli il naso. Si pulisce con le dita e schiaffa a terra il muco rossastro. Maria rimane in disparte e mi saluta con un leggero cenno del capo.
La mia fame è insaziabile: in un ristorante davanti alla stazione mangio boccadillo al jamon e calamari fritti. Faccio un rutto e vado in bagno. Una lavata alle ascelle, una lavata di denti e come nuovo.
Metto cappello e occhiali da sole nello zaino, attraverso il piazzale e rientro in stazione. Consulto i tabelloni indeciso sul da farsi: Huelva o Algaciras?
Una voce alle mie spalle, con accento romano, grida:
-Ehi, ma tu sei...- La frase si blocca nel vuoto quando mi volto.
Mi trovo davanti due ragazzi in pantaloncini corti, sandali e zaino in spalla. Uno dei due porta la maglia della Lazio. Mi indica un giornale. Me lo porge con le mani tremanti. Guardo e vedo la foto di un giocatore intento a calciare con violenza un pallone. Sopra, la didascalia recita: SCOMPARSO!
-Tu sei... tu sei...- balbetta il ragazzo.
-No, non sono io... ci assomigliamo molto, ma no, non sono quello...- dico, indicando la foto. Lo dico con sangue freddo. Lo dico in italiano.
-Ma sei italiano... sei lui... sei scappato dall'albergo a Parigi...
-Ti stai sbagliando, ragazzo... io faccio lo scrittore e sto girando l'Europa per fare un reportage.
I ragazzini mi guardano dubbiosi. Guardano la mia barba, i miei vestiti sporchi, le mie unghie lunghe.
-Beh, puoi fare lo stesso una foto con noi? Diremo agli amici che abbiamo trovato lo scomparso, in procinto di scappare in Marocco- dice il ragazzo con la maglia della Lazio, sorridendo.
Buona idea, penso, mettendomi in mezzo ai due ragazzini, mentre un giapponese, capitato nel momento giusto, nel posto giusto, scatta la foto. Buona idea, andare in Africa, scendere nel continente misterioso.
Saluto i ragazzi con una stretta di mano ed entro in stazione. C'è odore di sale marino. Ho bisogno di rimettermi in movimento. Ho bisogno che il viaggio riprenda.
copyright 2009 by Lorenzo Mazzoni