When we grew very tall
Il molo di Amasra © Tommy Graziani
Amasra, minuscola località ad un’ottantina di chilometri dalla più turistica Safranbolu, dove in certi giorni d'estate le acque cristalline del Mar Nero ricordano l'Egeo sotto il cielo vivo del Mediterraneo.
Circondata da una foresta lussureggiante, sorge su un promontorio roccioso coronato da una cittadella a picco sul mare.
Stazione di villeggiatura in agosto per le famiglie turche, piccola e isolata località di pescatori e artigiani durante i restanti mesi dell'anno.
Non ci sono infrastrutture turistiche, nessun palazzo anonimo e prefabbricati dell'orrore. Amasra è legata al caos discreto della sua mite storia.
Pochi hotel e pochi ristoranti aperti in agosto, un solo ristorante ed una sola pensione aperti in autunno, inverno e primavera.
Il ristorante si chiama Cesmi Cihan e dalla terrazza si possono osservare i pescatori, le barche arenate sulla spiaggia. Sorseggiare il caffè e mangiare pesce fresco, con lentezza. Qui non c'è nulla da fare se non osservare.
La pensione invece si chiama Huzur Aile Pansyon ed è gestita da una rubiconda signora dai capelli biondi.
La stanza da su una terrazza ricoperta di vite, la vista da sul molo, sull'acqua nera e scura, perché qui, a parte in agosto, il mare è davvero nero e impenetrabile come la pece.
In ogni direzione acqua, il mare è dappertutto. Dietro al porto negozi antichi che vendono cucchiai, spatole, forchette, paralumi, portachiavi.
In lontananza, all'estremità nord-ovest della penisola, s'intravede il kale di epoca bizantina, rimaneggiato dai mercanti genovesi. L'interno della cinta muraria è stato interamente colonizzato da erbe e da piante aromatiche.
Costeggiando il mare e le chiacchiere dei pescatori e dei bambini, si arriva alla spiaggia di Bozkoy, in mezzo a vegetazione lussureggiante. Sulla spiaggia deserta due militari e un chiosco di legno che propone squisiti kofte all'ombra degli alberi.
In fondo, la falesia rossa che brilla e si spegne, un villaggio tradizionale, le barche che si allontanano verso l'orizzonte.
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter". copyright by Lorenzo Mazzoni
Giù nell'avvallamento, da dove i tedeschi erano partiti, in mezzo al castagneto, c'era una casa colonica e si vedevano molti soldati lì attorno. Quando sente le urla delle donne e dei bambini, Bob non ci vede più. Alza sulla testa la Maschinenpistole e urla con una voce disumana, che rimbalza da una roccia all'altra e ci fa rizzare i capelli in testa a tutti quanti: "Avanti Garibaldi! All'attacco, dio boia, all'attacco!". E si lancia giù.
All'improvviso, è come se tutti i partigiani non avessero mai avuto paura. Tutti si mettono a correre contro i tedeschi, con delle urla e delle bestemmie da far paura al diavolo.
I tugnì non s'aspettano un assalto all'arma bianca, tanto meno da un battaglione di straccioni che pensano di aver già battuto. Presi di sorpresa, abbandonano le armi gli zaini e le giberne e scappano giù per il vallone fino al Senio, lo guadano e sempre di corsa salgono sul versante opposto.
Bob dopo trecento metri di corsa è crollato a terra, quando ha visto i suoi ragazzi correre dietro le canaglie, che non li fermava più nessuno. Lo hanno sollevato sulle spalle dei compagni che scendevano accanto a lui e lo hanno riportato a monte Cece.
E' così che abbiamo vinto la battaglia del Castagno.
A volte, nelle serate terse, guardo verso sud, la linea blu degli Appennini che degrada sull'orizzonte. Penso alla battaglia della Trentaseiesima. Penso ai cinque continenti, sterminate distese di terra, moltitudini di uomini e donne in marcia. Ricordo, come se li avessi vissuti tutti, secoli di lotta e sangue. Mi sento parte di una comunità universale che supera i confini e congiunge le epoche, la comunità di coloro che prendono d'assalto il cielo. E penso al vecchio Bob, che non poté diventare vecchio. Un giorno qualcuno si impadronirà di quel futuro che i miei eroi non poterono conquistare. Sì, penso a Bob, al comandante Bob che urla "All'attacco, Garibaldi, avanti, dio boia!".
E mi ritrovo a mormorare tra me e me: "Sì, dio boia, avanti".
Tratto da: ASCE DI GUERRA, di Vitaliano Ravagli e Wu Ming (Marco Tropea Editore)

Alexandra Boulat © VII
Alexandra Boulat è stata, senza dubbio, una delle reporter più interessanti che siano apparse sulla scena del reportage internazionale di alto livello degli ultimi due decenni.
Nata a Parigi nel 1962, figlia del grande fotografo Pierre Boulat, nel 1989 diventa una fotoreporter, assicurandosi un posto di rilievo presso
Il suo principale interesse si orienta sulle questioni sociali e i suoi reportages spaziano dall’indipendenza degli stati sul Baltico al traffico di bambini in Romania, alla guerra contro il terrorismo in Pakistan e Afghanistan, ai problemi del popolo Iracheno durante l’embargo, al razzismo in Germania, al conflitto in Bosnia, alle tensioni etniche in Kosovo. Altri lavori includono reportage paesaggistici a Taiwan e in Indonesia.
Coglie con i suoi scatti momenti di vita quotidiana in Iran, Iraq, Afghanistan, Giordania, Siria, Gaza, immagini di donne che si confrontano con l’Islam, il fondamentalismo, la guerra e la violenza domestica.
L’intento del lavoro è svelare la forza di carattere con la quale le donne affrontano la vita e le relazioni umane e condividere un momento del loro destino.
Fotografie che lasciano poco spazio a commenti e compromessi, una sensibilità tutta femminile nell’indagare la psicologia dei protagonisti delle sue immagini, con la violenza secca e determinata degli eventi.
Nelle sue immagini non c’è nessuna concessione all’estetica, tutto è informazione, compreso il colore.
Da non perdere, oltre al commovente omaggio alla Palestina, l’immagine delle ragazze albanesi del Kosovo che ridono con i fiori in mano, mentre sullo sfondo bruciano le case dei serbi.
Questa grande reporter si è spenta il 5 ottobre a Parigi in seguito ad una emorragia cerebrale che l’aveva colpita mentre si trovava per un servizio fotografico a Ramallah.
Il mondo del fotogiornalismo perde una grande reporter, un occhio attento ai cambiamenti del nostro mondo.
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter". copyright by Lorenzo Mazzoni
Caro amico (amico è un eufemismo) che mi hai fottuto la bicicletta, spero tu sia un lettore di questa grande accozzaglia virtuale che è splinder e che tu possa arrivare a fine letterina talmente depresso da riportarmi la mia amata bici sotto casa, appoggiata alla finestra della cucina dove tu l'hai rubata.
Dall'inizio dell'occupazione israeliana dei Territori Palestinesi nel 1967, oltre 650.000 sono stati i palestinesi detenuti da Israele. Si tratta di circa il 20 per cento della complessiva popolazione palestinese.Fra questi, purtroppo, anche molti bambini.
Secondo una testimonianza rilasciata da un bambino detenuto al Centro Informazione sui Detenuti (PIC), nella prigione di Telmond “costringevano i piccoli detenuti a lavorare per 8 ore al giorno dandogli in cambio pochi shekels. I lavori andavano dal fare la guardia a impacchettare cucchiai di plastica nelle scatole”.
Secondo il PIC nella prigione di Telmond ci sono circa 375 detenuti per la maggior parte minori. Il detenuto più anziano ha 22 anni. Duecento hanno meno di 16 anni e sono tutti sottoposti alle peggiori forme di sfruttamento e umiliazione. Nel tentativo di estorcere informazioni sono frequenti gli abusi psicologici.
Per un minore è chiaro che gli effetti della detenzione sono devastanti, sono inoltre una delle tante violazioni dei diritti del bambino fatte dal governo israeliano, in aggiunta alle precarie condizioni di vita, sovraffollamento, malnutrizione e delle chiusure che impediscono l’accesso all’istruzione e alla salute.
Anche l’Associazione Addameer “per il sostegno ai detenuti e per i diritti umani”, fondata nel 1992 con lo scopo di promuovere i diritti dei detenuti palestinesi sulla base delle Convenzioni ONU e delle Leggi Internazionali, oltre ad un suo rapporto annuale si sta muovendo per il recupero e la sensibilizzazione dei minori e delle condizioni dei detenuti nelle carceri israeliane.
Attraverso questa organizzazione si aiuteranno 50 figli di prigionieri palestinesi d’età compresa tra 6 e 17 anni, le cui famiglie non possono sostenere le spese d’inizio anno scolastico, pagando le tasse d’iscrizione e fornendo loro abiti scolastici, tute da ginnastica, zainetto e cancelleria.
articolo apparso sul quotidiano on-line "il reporter". copyright by Lorenzo Mazzoni

